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L’M23 si arrende mettendo fine ad una guerriglia durata 19 mesi

ROMA – Il governo della Repubblica Democratica del Congo (RDC), tramite le dichiarazioni del suo portavoce Lambert Mende e poi del suo presidente Joseph Kabila, ha ufficialmente comunicato la sconfitta del gruppo ribelle dell’M23, “Movimento 23 marzo”, attivo dal 20 aprile 2012, che prende il nome dalla data in cui venne siglata la pace tra il Congresso Nazionale per la Difesa del Popolo (CNDP) e il governo stesso.

Alcune ore dopo anche i ribelli, guidati da Bertrand Bisimwa, hanno confermato la resa e che procederanno con il disarmo, affermando che d’ora in poi la loro lotta si svolgerà solo ed unicamente per vie istituzionali, senza ricorrere alle armi. 

Gli scontri tra le forze dell’M23 e il governo repubblicano nascono 19 mesi fa con l’ammutinamento da parte di un centinaio di soldati di etnia tutsi dall’esercito congolese, dovuto alle precarie condizioni di vita in cui versavano. Immediato il loro reclutamento nelle fila delle forze miliziane di etnia tutsi del generale Bosco Ntaganda, all’epoca a capo del CNDP.

Difatti gran parte degli affiliati dell’M23 è prevalentemente di etnia tutsi e la sua opposizione alle forze governative della RDC affonda le sue radici nel conflitto tra le etnie hutu e tutsi esploso in Ruanda nel 1994, dove i primi furono gli autori di uno sterminio ai danni dei secondi. Conflitto che si inserisce in un contesto più ampio di altre guerre sparse nella regione, dovute alle più disparate motivazioni, come lo sfruttamento di risorse quali oro, rame e cobalto, e a questioni razziali che coinvolgono tutta la zona della Rift Valley dei Grandi Laghi Africani, comprendente Repubblica Democratica del Congo, Ruanda, Burundi, Uganda, Kenya e Tanzania. 

Secondo le stime dichiarate recentemente dall’Onu, questi conflitti, solo nella RDC, hanno provocato migliaia di morti e costretto circa 800 mila persone ad abbandonare le loro dimore. Non solo, sempre l’Onu ha lasciato trasparire qualche sospetto riguardo un possibile coinvolgimento di Ruanda e Uganda, prontamente respinto dai rispettivi governi, quali principali finanziatori dell’M23, visto il probabile interesse a mettere le mani sui ricchi giacimenti minerari presenti sul territorio congolese. 

 

Una rapida svolta delle sorti della guerriglia avviene nell’ultima settimana di ottobre, durante la quale l’esercito regolare ottiene un discreto numero di successi costringendo i ribelli a ripiegare presso la provincia del Kivu del Nord, confinante ad est con il Ruanda. Successi fino a poco tempo fa decisamente insperati, viste le precedenti vittorie dell’M23, come la presa della città di Goma, nell’autunno dell’anno scorso. 

Molti ribelli, tra i quali figurerebbe anche il capo militare del movimento, Sultani Makenga, in seguito alle sconfitte subite hanno optato per la fuga nei territori limitrofi, Ruanda e Uganda, il che avvalorerebbe le tesi dell’Onu, mentre la maggior parte di essi ha deciso di arrendersi e distruggere le armi in loro possesso.

 

Terminato così il conflitto armato, ora dovrà scendere in campo la diplomazia per dare il via alle trattative e stroncare sul nascere una eventuale ripresa delle ostilità. Scrive il quotidiano congolese Le Potentiel: “Non ci sarà una soluzione duratura del conflitto finché non comincerà una vera trattativa tra il presidente ruandese Paul Kagame, il presidente dell’Uganda Yoweri Museveni e il presidente congolese Joseph Kabila”. Russell Feingold, inviato speciale degli Stati Uniti per la regione dei Grandi Laghi in Africa, aggiunge che eventualmente occorrerà concedere ai ribelli arresisi l’amnistia e reintegrarli nell’esercito della RDC, per avere maggiori garanzie riguardo la validità delle future trattative.

“Le ultime vittorie militari ottenute sull’M23 servono come messaggio agli altri numerosi gruppi armati operanti nelle regioni dell’est”, dichiara Stephanie Wolters dell’Istituto Degli Studi Strategici di Pretoria. “La sconfitta dell’M23 potrebbe convincerli a considerare i possibili vantaggi derivanti da una soluzione diplomatica, invece di investire in una campagna militare”.

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