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Scuola. Vent’anni buttati al vento tra meritocrazia e clientelismo. LA LETTERA

La denuncia di una docente: “Ero idonea quando avevo poca esperienza, ora che la mia formazione è migliore, non lo sono più”

 

LA LETTERA

I docenti a contratto rappresentano gli ultimi fra gli ultimi nell’ambito del mondo accademico, eppure essi svolgono le stesse attività dei docenti di ruolo: lezioni, assistenza, esami, funzioni di relatore, etc. Il loro compenso è irrisorio, eroso dalle imposte e corrisposto dopo un anno o più dalla fine dell’attività prevista dal contratto; il contrattista, quindi, deve vivere svolgendo un altro lavoro, spesso totalmente inappropriato, e da un anno all’altro può facilmente non vedere rinnovato il proprio incarico. E’ questo il mio caso: dal 2009 al 2013 ho ottenuto incarichi come docente a contratto presso l’Università della Tuscia di Viterbo per Teoria del Commercio Internazionale, Politica Economica, Economia Politica, ottenendo la stima e l’approvazione dei docenti che mi hanno conosciuta e, soprattutto, degli studenti. Nei primi anni ho ottenuto tre contratti contemporaneamente, ma lo scorso anno, nonostante l’apertura di due nuove facoltà nel mio dipartimento, mi è stato abolito l’insegnamento di Teoria del Commercio, nonostante il successo ottenuto presso gli studenti e l’ottima valutazione da parte di questi ultimi, mentre per il prossimo anno accademico non mi è stato assegnato nulla. Le motivazioni? Mancanza di fondi e di pubblicazioni, le stesse pubblicazioni che nessuno mi ha dato l’opportunità di fare, ma che possiede nel curriculum chi ha ottenuto il contratto al mio posto. Nonostante il compenso sia diminuito notevolmente, i concorrenti sono aumentati, in quanto le docenze a contratto costituiscono un trampolino di lancio per aspirare ad un ruolo stabile, poiché l’assegnazione di tali incarichi conferisce prestigio al curriculum. Ero idonea quando avevo poca esperienza, ora che la mia formazione è migliore, non lo sono più. 

Il mio nome è E. D. e sono nata a Roma il XX/XX/XXX. Mi iscrissi all’università a 31 anni, presso la facoltà di “Economia e Commercio” dell’Università “La Sapienza” di Roma. Ero una studentessa-lavoratrice come assistente domiciliare ai disabili, mi sono laureata con 110 e lode nel settore dell’economia matematica ed ho conseguito il titolo di Dottore di Ricerca. 

Il mio relatore da una parte mi seguiva nella stesura di tre articoli per le pubblicazioni (su argomenti consigliati dal medesimo), mentre dall’altra tentava di dissuadermi dal perseguire l’obiettivo della carriera accademica con il pretesto della mancanza di fondi. Avendo compreso un chiaro disinteresse per l’argomento al quale stavo lavorando, feci presente a costui la mia disponibilità a cambiare argomento di studio, se ciò fosse stato necessario, ottenendo come risposta un chiaro invito a desistere dall’obiettivo di ottenere un assegno di ricerca o un posto da ricercatore, in quanto la mia età, 47 anni, era considerata proibitiva in tale ambito. Nei concorsi pubblici sono stati aboliti i limiti di età e nei bandi per l’assegnazione degli assegni di ricerca non viene menzionata una età massima, ma io sono stata discriminata per l’età, nonostante le università siano piene di ricercatori e docenti ben più anziani. Sono stata formata da docenti estremamente validi e conosciuti nel mondo per i loro lavori: Claudio De Vincenti, Nicola Acocella, Giuseppe Ciccarone, Galeazzo Impicciatore, Maurizio Franzini, Fabio Spizzichino e sono stata apprezzata da costoro finché studentessa, ma poi? 

Se avessi avuto il cognome di qualcuno o fossi legata in qualche modo a qualche dinastia, a quest’ora avrei pubblicato qualcosa o avrei avuto un incarico stabile? Dal 1993 al 2013 sono passati venti anni, anni buttati al vento, perché nella mia vita non è cambiato assolutamente niente: continuo a lavorare come assistente ai disabili, ambito nel quale la laurea, il dottorato di ricerca e l’esperienza della docenza, non servono a nulla. 

 

Lettera firmata

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