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ROMA – L’Italia è in declino perchè aziende simbolo del Made in Italy vengono svendute a gruppi esteri. Secondo lo studio «Outlet Italia» realizzato da Uil Pa ed Eurispes, la vicenda di Telecom-Telefonica «è solo la punta dell’iceberg» di un fenomeno che va avanti da vent’anni.

Dal 2008 al 2012 sono stati registrati (rilevazioni di Kpmg) 437 passaggi di proprietà dall’Italia all’estero ed i gruppi stranieri hanno speso circa 55 miliardi di euro per ottenere i marchi italiani. La ricerca Eurispes-Uil ha preso in esame 130 importanti marchi che negli ultimi 20 anni per motivazioni differenti hanno registrato cambiamenti nella proprietà: dall’Algida alla Negroni, dalla Perugina alla Galbani; da Cinzano a Vecchia Romagna, a Peroni, Stock, Star; da Atala a Lamborghini; da Fiorucci a Bulgari e Loro Piana. L’analisi di Gian Maria Fara, Presidente dell’Eurispes, è che «l’afflusso di capitali esteri nel nostro Paese non è avvenuto secondo le normali regole di mercato e le aziende si sono dovute piegare a una vendita ‘sottocostò rispetto al loro reale valore. E per quanto ci si sforzi di imputare al mercato globalizzato tutte le colpe di una simile situazione, è ormai chiaro che qualcosa non quadra e che i conti di certo non tornano. Come non torna l’assenza dello Stato e della politica e, insieme, di quella classe dirigente generale che non ha preso una posizione forte rispetto al progressivo sfaldamento della nostra economia preferendo un atteggiamento silenzioso, e per questo in qualche modo complice. Nonostante si parli ormai da anni della vendita a prezzi stracciati del »prodotto Italia«, infatti, nessuno ha mai voluto davvero dire la verità e cioè che nulla è stato fatto per contrastare lo stato delle cose». «La svendita della nostra rete produttiva – fa notare Benedetto Attili, segretario generale Uil Pa – ci impoverisce sia dal lato economico, poichè siamo costretti giocoforza a vendere a un prezzo inferiore rispetto a quello reale, sia per la perdita di asset immateriali, a volte di difficile quantificazione economica, perchè vengono meno la tradizione, l’esperienza e la storia insita in ciascuna delle aziende di cui ci priviamo. In questo senso, va ricordato che la nostra imprenditoria è fatta di imprese, costruite nel corso degli anni esaltando il concetto di qualità. Non solo. Accanto a questi problemi non si può tacere sulla condizione nella quale versano migliaia di lavoratori che si ritrovano in cassaintegrazione e, probabilmente invano, attendono la possibilità di un reintegro a ogni nuovo cambio di proprietà. E neanche è più possibile sottacere il dramma di quanti si sono trovati improvvisamente senza lavoro e senza alcuna tutela». «Nonostante i problemi e le difficoltà – conclude Attili – l’Italia continua a essere un grande incubatore di eccellenze e le nostre aziende, sia pure nuotando controcorrente, riescono a farsi valere anche in campo internazionale. Ma questa capacità, per quanto performante, deve essere accompagnata e sostenuta attraverso una serie di azioni che creino intorno alle nostre imprese le migliori condizioni di crescita, di sviluppo e di proiezione verso l’esterno».

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