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ROMA – Sono ben 39 le balene pilota spiaggiate lungo la costa di Farewell Spit, nell’isola del Sud in Nuova Zelanda, tutti i cetacei sono morti in seguito allo spiaggiamento, nonostantel’intervento dei soccorritori che  hanno tentato di spingerle al largo senza fortuna.


Ancora non c’è chiarezza sulle cause di questo incredibile disastro naturale, ma secondo gli esperti le cattive condizioni del mare potrebbero aver giocato un ruolo fondamentale nello spingere le balene verso i fondali bassi che in questa area si protendono nel mare per una trentina di chilometri.
Purtroppo questo  tratto di costa era già tristemente noto come “la trappola dei cetacei”, infatti nel gennaio 2012 circa 100 balene, sempre della specie pilota, avevano trovato la morte su queste spiagge.
Questo è un evento che si ripete diverse volte all’anno, con dimensioni variabili, in questa regione del globo e gli studi scientifici hanno evidenziato come che tali fenomeni sono avvenuti in tutte le epoche, come testimoniano alcune illustrazioni risalente addirittura al 1577.
Nel 2004 un’equipe di scienziati neozelandesi ha dimostrato come gli spiaggiamenti possano essere dovuti dalle fredde acque antartiche ricche di teutidi e di pesce che fluiscono verso nord e le balene alla ricerca di cibo, seguendo queste correnti troppo vicino alla costa finirebbero per spiaggiarsi.
Una teoria decisamente più tecnica è stata espressa invece dal geologo Jim Berkland, che attribuisce questi disastri ai cambiamenti radicali nel campo magnetico terrestre poco prima di un terremoto e in genere nelle aree dove le scosse si manifestano con maggiore frequenza tantoché questi fenomeni andrebbero ad intaccare l’orientamento dei mammiferi marini.

Se in Nuova Zelanda decine di balene incontrano la morte per cause tutt’ora da verificare, a pochi chilometri, sempre in Oceania, centinaia di cetacei sono messi a rischio dalle baleniere giapponesi che operano in acque australiane.
Nelle ultime ore le navi americane della “Sea Shepherd Conservation Society”, l’organizzazione no-profit che tutela gli ambienti marini, hanno intercettato cinque baleniere del Giappone che hanno ucciso diverse balene nel Southern Ocean Whale Sanctuary, una delle due zone al mondo dove sono vietati tutti i tipi di caccia commerciale della specie.
Tramite il web e le principali testate giornalistiche mondiali, sono state diffuse le immagini delle balene uccise, che giacevano sul pontile di una delle navi. Da quanto si apprende in un comunicato della Sea Shepherd “gli attivisti stanno inseguendo la flotta, spingendola ad andarsene dai luoghi in cui vuole cacciare e interrompendo la sua attività illegale, preparandosi a mettere fine alle sue operazioni di uccisione delle balene”.
Da molti anni è in corso un durissimo scontro verbale e legale tra la Sea Shepherd e Tokyo, spesso questi scontri avvengono direttamente tra le imbarcazioni degli attivisti e le baleniere con bombe urticanti, cannoni ad acqua e collisioni in mare aperto, in passato un’imbarcazione dell’organizzazione affondò dopo che la sua prua fu spezzata da una baleniera giapponese e un attivista fu tenuto cinque mesi in carcere dopo essere salito a bordo della baleniera stessa.
Questa gravissima violazione dei trattati internazionali sulla tutela degli ambienti marini rischia di far scoppiare un caso diplomatico e politico.
Bob Brown, capo di “Sea Shepherd Australia” ed ex leader dei Verdi australiani, ha promesso che il gruppo quest’anno condurrà una campagna pacifica ma senza sosta e ha definito grottesca e crudele la caccia dichiarando: “C’è sangue ovunque sul posto, carne trasportata in giro sul pontile, interiora e visceri gettati nell’oceano. È una scena raccapricciante, sanguinosa, medievale, che non può avere posto in questo mondo moderno”.
Lo scorso anno l’Australia ha presentato ricorso alle Nazioni Unite cercando di interrompere  la caccia annuale dei giapponesi, che secondo il governo di Tokyo operano per scopi scientifici sfruttando un’eccezione al bando internazionale del 1986, tuttavia proprio nel 2014 è attesa la sentenza definitiva della Corte Internazionale di Giustizia.

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