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Giornata internazionale contro le mutilazioni dei genitali femminili

Una pratica cruenta che deve essere abolita

 

ROMA -Domani, giovedì 6 febbraio verrà celebrata la Giornata internazionale contro le mutilazioni dei genitali femminili. Queste pratiche così crudeli sono diffuse in oltre 40 Paesi del Mondo, si calcolano fra i 130 e i 140 milioni le bambine, ragazze e donne che hanno subito mutilazioni genitali (MGF). Lo Yemen è il continente africano in cui il verificarsi di questo fenomeno è più diffuso; queste pratiche vengono, purtroppo attuate in altri ben 26 Paesi, (incidenza 98%-80% in Paesi come Egitto, Eritrea, Gibuti, Guinea, Mali, Sierra Leone, Somalia, Sudan; incidenza fra 70% e 30% in Burkina Faso, Etiopia, Gambia, Mauritania, Ciad, Costa d’Avorio, Guinea Bissau, Kenya e Liberia).
sono diversi gli atti discriminatori attuati sul corpo delle denne, tipici di varie società patriarcali (riti sociali di ingresso nella comunità femminile talora rafforzate da prescrizioni religiose e regole matrimoniali). Le mutilazioni genitali femminili comportano nel 90% dei casi l’escissione del clitoride e talvolta delle piccole/e grandi labbra e nel 10% dei casi l’infibulazione cioè la sutura integrale della vulva e dell’orifizio vaginale. Lo scopo delle mutilazioni è quello di controllare, la sessualità femminile. Le conseguenze di queste pratiche vanno ad intaccare la salute fisica, sessuale e psichica delle donne. Esse vengono sottoposte a questi atti spregevoli e  dolorosissimi da neonate, nell’infanzia o all’inizio della pubertà, ma anche da adulte o dopo un parto. E’ purtroppo facile che le donne sottoposte a ciò vengano contaminate da infezioni, epatiti, AIDS e sterilità. Secondo il diritto internazionale, già nella Dichiarazione di Vienna, della II Conferenza dell’ONU sui Diritti umani, si affermava che i “diritti umani delle donne e delle bambine sono una parte inalienabile, integrale e indivisibile dei diritti umani universali”. e nel programma di azione approvato alla Quarta Conferenza dell’Onu sulle donne a Pechino nel settembre del 1995 si ribadisce tra gli obiettivi strategici, di “rafforzare i programmi di prevenzione che migliorano la salute delle donne (,,,), rafforzare le leggi, riformare le istituzioni e promuovere norme e pratiche che eliminano la discriminazione contro le donne e incoraggino le donne o gli uomini ad assumersi la responsabilità del loro comportamento sessuale e nella procreazione; assicurare il pieno rispetto per l’integrità fisica del corpo umano” (per altre fonti nomative http://www.camera.it/_bicamerali/infanzia/Risoluzioni/ infibulazione.htm).

 L’Italia si sempre impegnata a sostegno di questa causa,ottenendo riconoscimenti anche a livello internazionale.
In particolare la legge n. 7/2006 è considerata un esempio a livello internazionale, perché non si limita alle misure penali.È, infatti, l’unica legge al mondo ad aver previsto, nel suo primo capitolo, attività di prevenzione volte a scoraggiare la pratica, e quindi a limitare il ricorso a misure penali, e a stabilire per tali attività e per la gestione di un numero verde di segnalazione un finanziamento pari a complessivi 5 milioni di Euro l’anno a partire dal 2005.
Le statistiche tratte da diverse indagini, segnalano che l’ abbandono della pratica è già percepibile presso le donne immigrate di 2^ e 3^ generazione. E’ importante sensibilizzare la società in merito a questo argomento,ed è altrettanto utile porgere l’ attenzione e impiegare gli sforzi nel lavoro sul campo svolto dagli operatori sociali al fine di dare sostegno alle donne immigrate attraverso la mediazione culturale, incrementando e favorendo l’ accoglienza  nelle strutture sanitarie in caso di complicazioni e problemi generati da queste orribili mutilazioni.

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