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Dove vanno i beni sequestrati alla mafia? Il burocratismo italiano rischia di paralizzare il Paese

ROMA – Non è facile crederci ma, a quanto pare, giudicando le nude cifre fornite ieri ai mezzi di comunicazione di massa dall’Agenzia nazionale per i beni confiscati (guidata in questo momento dal prefetto Giuseppe Caruso) la crisi politica della repubblica tuttora in corso – come dimostrano le lotte politiche e personali da un partito all’altro ma anche all’interno di ogni forza politica – genera mostri da cui gli italiani e lo Stato dovrebbero potersi difendere meglio di quanto avviene per ora.

Che cosa succede di inspiegabile e clamoroso? Non è difficile spiegarlo. Nel Fondo Unitario per la giustizia, diretto dal prefetto Caruso, sottoposto alla vigilanza del Ministero dell’Interno.

La denuncia del prefetto Caruso, è stata accolta dal governo e il direttore dell’Agenzia nazionale per i beni confiscati, è stato convocato oggi dalla presidente della commissione Antimafia Bindi e dal viceministro degli Interni Bubbico per fornire chiarimenti sulle motivazioni che lo hanno spinto nei mesi scorsi a sotituire alcuni amministratori giudiziari nominati dalle sezioni “Misure di prevenzione” dei tribunali per gestire gli enormi patrimoni sottratti ai Boss delle associazioni mafiose e ai loro prestanome. Gli amministratori sono stati  accusati dal prefetto di aver ottenuto parcelle miliardare senza far nulla (anche se si difendono dicendo di esser stati regolarmente pagati dal direttore dell’Agenzia che ha  approvato i rendiconti e pagato le parcelle).
Resta il fatto che rende credibile la denuncia del prefetto Caruso. Alla Ragioneria dello Stato sono stati versati per ora soltanto 209 milioni e 300mila euro ma  tra il 2008, quando è stato istituito il Fondo, e il 2012 (i dati sono fermi a quell’anno) i patrimoni sottratti alle mafie valgono oltre trenta miliardi di euro: più di undicimila immobili e 1700 aziende dislocate all’ottanta per cento tra Sicilia, Calabria e Puglia anche se da qualche tempo confische giudiziarie sono state compiute di frequente anche in Lombardia e nel Lazio.

Il direttore dell’Agenzia, di fronte al fatto che sono disponibili soltanto poco più di duecento milioni ma che nelle le casse di Equitalia ci sono oltre trenta miliardi di euro, ha chiesto che dall’Agenzia fiscale italiana, invece,  i “fondi siano assegnati  al Ministero dell’Interno che ha difficoltà persino a pagare la benzina per le forze dell’ordine”. Ma finora non ha ricevuto risposta e soltanto nei prossimi giorni sapremo dagli incontri in programma al governo e alla commissione Antimafia che cosa succederà. Certo si può dire che se i fondi di Equitalia servissero allo Stato non si capirebbe come il governo ha più volte dichiarato nelle ultime settimane che i conti sono a posto e che siamo pronti alla ripresa economica del paese.

Ma, se crediamo alle dichiarazioni ufficiali, non ci resta che sperare che il  Ministero dell’Interno e Ministero della Giustizia possano finalmente  utilizzare (in un settore che è di vitale importanza per la società italiana del ventunesimo secolo, beni immobili, titoli e contanti sottratti ai boss mafiosi)  a vantaggio di tutti quelli che nel nostro paese difettano di lavoro o di denaro o di ambedue le cose. In astratto qualcuno potrebbe dire che l’incomunicacabilità tra i ministeri e le agenzie nazionali esprime, prima ancora di ogni cosa, il burocratismo italiano che rischia di paralizzare il Paese. Ma, come dice un proverbio, qui è il serpente si morde la coda perché non possiamo aspettare le prossime riforme istituzionali per risolvere un problema di così grande importanza e urgenza come quello di cui parliamo.

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