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Arte a rischio. Si arena la riforma di Bray

ROMA – Si blocca l’iter della riforma del ministero dei Beni culturali: non passa il “visto” delle commissioni parlamentari, e quindi non basterà un decreto del Ministro per applicarla, ma ci vorranno il tempo (e il dibattito) di un normale iter parlamentare. Lo ammette anche una nota del Mibact: «È stato deciso di procedere subito al riassetto del Ministero, chiesto dalla legge spending review nei termini già previsti, e di definire la riforma complessiva con il coinvolgimento del Parlamento, attraverso l’iter ordinario con decreto del Presidente della Repubblica».

Sfumano quindi i tempi rapidi, resi ancora più lunghi dalle dimissioni del Governo Letta, di cui il ministro proponente, Massimo Bray, faceva parte. E adesso, bisognerà vedere che cosa deciderà il suo successore. Inoltre, viste la tante perplessità che hanno circondato la bozza di riforma, e sono state espresse anche in Parlamento, viene posta in dubbio la stessa sostanza dei cambiamenti previsti. 

Cambio di marcia. Infatti, la decisione di mutare l’iter nasce, continua il comunicato ministeriale, «anche a seguito delle modifiche apportate al Senato alla disciplina della riorganizzazione dei ministeri prevista nel decreto “Milleproroghe”, e al fine di approfondire le proposte emerse nei confronti della riorganizzazione del Ministero, comprese quelle rappresentate dai presidenti delle Commissioni Cultura di Camera e Senato». 

Il caso. Nei giorni scorsi, sono state numerose le proteste e le voci polemiche per la bozza di riforma del ministro Bray. Le soluzioni proposte per rimediare ai problemi che affliggono l’amministrazione del patrimonio culturale non hanno convinto, soprattutto per la mancanza di una visione di ampio respiro e, specialmente per le sorti dei settori dell’Archeologia e dell’Architettura contemporanea, e per l’aumento di una direzione generale di stampo burocratico-amministrativo.

La polemica. Il nuovo assetto, fra i cambiamenti criticati, prevede infatti l’accorpamento, sotto un’unica direzione, di tutti (o quasi) gli scibili dell’arte, compresa l’Archeologia che quindi perderebbe la propria individualità, e colloca l’Architettura contemporanea in quella dello Spettacolo e dei Beni immateriali. L’Archeologia, anche nominalmente, nella dizione della nuova Direzione, non esiste: sparisce, inglobata nel più generico Patrimonio storico-artistico. Fra le voci più discordanti, quelle della Consulta universitaria per l’Archeologia, dell’Icom (Consiglio internazionale dei musei) e della regione Toscana; numerosi studiosi e autorevoli personalità, fra cui la Soprintendente del Polo museale fiorentino, Cristina Acidini, e il Soprintendente dell’Opificio delle pietre dure, Marco Citti, hanno chiesto la sospensione dell’iter di approvazione e l’apertura di un confronto tecnico. Ora, i fatti li accontentano: prima che la riforma diventi effettiva, occorrerà del tempo, e, soprattutto, vi saranno ulteriori discussioni nel merito di quanto propone.

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