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Il rischio che il governo con una mano dia e l’altra tolga

ROMA – A prima vista le misure adottate dal governo sembrano andare nella direzione giusta. Bisognerà, tuttavia, attendere la loro concretizzazione per esprimere una valutazione definitiva. Intanto si possono fare alcune osservazioni. 

In diverse occasioni sulla necessità di adottare tre parametri fondamentali per comprendere appieno il significato della manovra ed il suo carattere di equità: il primo parametro è la risorsa disponibile (10 miliardi), che dà il segno della profondità dell’azione di Governo. Il secondo, è il beneficio in termini di risorse procapite (1000 euro all’anno), che indica la visibilità e la consistenza sociale dell’intervento; il terzo è l’individuazione dei destinatari ed il loro numero (10 milioni di lavoratori dipendenti). Per rispettare questi parametri era necessario stabilire un tetto che facesse tornare i conti.  L’Esecutivo lo ha fissato aritmeticamente a 1.500 euro netti mensili di retribuzione che rappresentano uno stipendio medio basso, cioè la platea più colpita dalla crisi e che utilizzerà le nuove risorse disponibili per i propri consumi essenziali. Si tratta di un buon incentivo alla crescita. Un aumento di circa 83 euro netti mensili, per le categorie interessate, corrisponde ad un rinnovo di contratto nazionale di lavoro della durata di tre anni. Fin qui tutto bene: l’unico dubbio che abbiamo è quello evidenziato da Dario di Vico nel suo editoriale del Corriere della Sera di ieri: “…ci è rimasta la sensazione di non aver del tutto chiara la relazione che intercorre tra le decisioni di spesa adottate ( e scandite) e le coperture di bilancio. Al punto che dovremo giocoforza aspettare il Def ( Documento economico-finanziario) per poter usufruire di elementi più certi di valutazione”.

E’ chiaro che queste coperture finanziarie richiedono un innalzamento del Deficit oltre l’attuale 2,6%: un problema da affrontare con l’Europa.  Naturalmente ci auguriamo che le risorse siano rapidamente disponibili per avere, come promesso da Renzi, gli aumenti già a partire dal prossimo mese di maggio. 

Sul tema del mercato del lavoro, invece, è importante che ci sia una delega che consentirà al Parlamento di svolgere una discussione approfondita su argomenti, come quello del nuovo codice del lavoro o della revisione degli ammortizzatori sociali, di particolare complessità. Sulla parte affidata al decreto condividiamo la semplificazione e la valorizzazione dell’apprendistato, mentre per quanto riguarda i contratti a termine ci pare eccessivamente lungo un periodo di tre anni senza causali di assunzione. 

Anche le imprese avranno uno sconto rappresentato dalla diminuzione del 10% dell’Irap, oltre la riduzione dei premi Inail e del costo dell’energia per le aziende piccole e medie compensato da un aumento della tassazione delle rendite finanziarie. Si tratta di una scelta che condividiamo totalmente: è un bene valorizzare le attività produttive a scapito delle rendite, facendo attenzione a non tassare i conti correnti bancari in modo indiscriminato. Dai benefici previsti rimangono esclusi i lavoratori autonomi ed i pensionati. Per questi ultimi occorrerà che il Governo preveda di aprire un tavolo di confronto con i sindacati sul tema delle indicizzazioni. Al tempo stesso, non vorremo che nella spending review di Cottarelli spuntassero proposte insostenibili di tassazione delle pensioni. Si parla addirittura, anche sotto forma di un contributo temporaneo di solidarietà, di intervenire su assegni pensionistici superiori ai 2.000 euro lordi mensili: una scelta assurda, iniqua e controproducente. Non c’è coerenza tra la valorizzazione delle retribuzioni operata dal presidente del Consiglio e la  penalizzazione dei  pensionati che hanno assegni medio-bassi. Con una mano si dà e con l’altra si toglie:  i consumi subirebbero una compressione che annullerebbe i benefici economico-sociali della manovra prevista da Renzi a vantaggio dei salari.  Bisogna evitare di confondere questi assegni previdenziali (vorremmo ricordare che 2.000 euro lordi mensili corrispondono a circa 1.300 netti) con le cosiddette pensioni d’oro. Questo punto di contraddizione va eliminato: si tratta della classica buccia di banana sulla quale potrebbe scivolare l’intero impianto di una  manovra ben orientata sulle scelte sociali e dell’uguaglianza. Infine, va preso in considerazione il fatto che anche i lavoratori precari e quelli autonomi sono esclusi da qualsiasi beneficio. Fra tutte le casistiche che si potrebbero citare prendiamo un esempio che ci sta particolarmente a cuore: quello delle partita IVA autentiche. Perché non dare un segnale a questi lavoratori, gran parte dei quali giovani e alle prese con una professione difficile ed a bassa remunerazione, prevedendo un progressismo abbassamento dell’aliquota previdenziale al 24%, con un allineamento a quella dei lavoratori autonomi? Si tratterebbe di un segnale importante che darebbe coerenza all’insieme della manovra ed al suo carattere sociale.

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