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L’influenza del genio del Rinascimento in sedici opere dell’artista americano, mai prima nel capoluogo toscano

ROMA – A Firenze arriva un inedito accostamento, ricco di cortocircuiti: a Palazzo Vecchio e a San Firenze, Jackson Pollock e Michelangelo Buonarroti “fanno coppia” nella mostra Jackson Pollock, la figura della furia. Per il pittore statunitense, tra i più grandi protagonisti dell’arte del XX secolo, è la prima volta a Firenze; per Michelangelo, non lo è di certo, ma la rassegna rappresenta un altro festeggiamento che la città, e non solo lei, dedica al genio fiorentino in occasione dei 450 anni dalla morte. Come a Roma dove, tra le altre iniziative, L’Associazione Metamorfosi organizza la mostraMichelangelo, incontrare un artista universale, ai Musei Capitolini dal 26 maggio al 15 settembre 2014. A Palazzo Vecchio 16 opere di Pollock, tra cui sei disegni prestati dal Metropolitan Museum di New York e mai esposti in Italia; a San Firenze un allestimento multimediale, che ricrea persino lo studio dall’artista americano, con tanto di odore di olio e trementina.

Dove e quando. Firenze, Palazzo Vecchio e San Firenze, dal 15 aprile al 27 luglio 2014.

L’esposizione: l’accostamento. Iniziamo dal titolo della mostra: La figura della furia. Le parole figura e furia, già di per se lasciano intuire il filo conduttore che, in mostra, lega l’opera dei due artisti. Il punto di similitudine è nell’atto e nell’esito creativo: i due artisti, sebbene in modi diversi, sono entrambi “preda” dell’impulso irrefrenabile e mistico. Michelangelo, immerso nella ricerca mai paga della bellezza, dell’assoluto, dell’infinito; anche Pollock cerca il “suo” assoluto, ma percorre le tappe al contrario: parte dalla percezione di un’immagine, poi la disgrega, consegnandola alle sue infinite possibilità di evoluzione, lettura e interpretazione.

Il nodo. La parola “furia” che è nel titolo, crea dunque il primo dei legami che, in mostra, tiene insieme i due artisti. Nell’opera di Pollock, la parola “furia” si riferisce al modo in cui egli dipinge, soprattutto all’atto di girare attorno alla tela. In Michelangelo, invece, la parola “furia” allude all’espressione «La furia della figura», citata nel Cinquecento dal teorico e pittore Giovanni Paolo Lomazzo. Egli, per descrivere «la maggior grazia e leggiadria che possa avere una figura pittorica o scultorea, che potesse essere realizzata dagli artisti del suo tempo», evidenzia ciò che dà tali qualità. La figura deve muoversi in un moto simile alla fiamma, «… la quale è più atta al moto di tutte, perché ha il cono e la punta acuta con la quale par che voglia rompere l’aria ed ascender alla sua sfera»

L’impressione. L’idea dell’esposizione nasce studiando una serie di disegni dell’artista americano conservati al Metropolitan Museum di New York, già pubblicati nel 1997 da Katharine Baetjer in occasione di un’esposizione temporanea organizzata dal grande museo americano dedicata a dei quaderni da lavoro di Pollock e alla sua relazione con gli “antichi maestri”. Nei taccuini,Sketchbooks I, II, Pollock si dice impressionato dalle immagini della volta della Cappella Sistina e del Giudizio universale. In particolare, oltre al profeta Giona, all’Adamo che riceve lo spirito della vita, e ad alcune figure dal Giudizio, si riconoscono almeno tre ignudi. In ogni caso però, Pollock va oltre l’esercizio della mera copia accademica.

Un esempio. A Palazzo Vecchio, dove è conservato Il Genio della Vittoria, una delle più celebri opere di Michelangelo, si concretizza subito il nodo che stringe i due autori: la scultura è emblema delle tensioni contrapposte che caratterizzano l’opera michelangiolesca che, per vie “sotterranee”, tornano enfatiche nella pittura di Pollock. Il movimento spiraliforme, il finito/non-finito, le forme contrapposte; ecco la furia che ricorre nel titolo della rassegna: quella della figura creata da Michelangelo che si traspone in Pollock quando dà vita al suo tipico “tessuto di segni”, con il quale l’artista disgrega il mondo figurativo tradizionale.

Le opere. Oltre ai sei disegni newyorkesi, in mostra alcuni dipinti e incisioni di Pollock concessi da musei internazionali e collezioni private: opere ancora giovanili degli anni Trenta, Panel with Four designs da New York e Square composition with horse da Roma; dipinti degli anni Quaranta come The water Bull da Amsterdam e Earth Worms da Tel Aviv. Prestigiosi poi gli altri prestiti dalla Pollock Krasner Foundation.

Altri legami. Inoltre, una serie di opere grafiche con tanti riferimenti a Michelangelo. In particolare, in una delle incisioni con grovigli di segni di figure, Pollock sembra ricondurre al “gomitolo” di corpi della michelangiolesca Battaglia dei centauri. Infine, immancabili i celebri “drip painting”, che coniugano l’azione espressiva e la rappresentazione figurativa di volti e anatomie, non più coperte dal diluvio di segni e sgocciolature. Così Pollock oltrepassa la tradizione europea.

La citazione. Tradizione che tuttavia rimane imprescindibile anche dopo il suo abbandono: «Molti quadri, tra i più astratti, cominciavano con un’iconografia più o meno riconoscibile: teste, parti del corpo, creature fantastiche», testimonia Lee Krasner, artista e compagna di Pollock. «Una volta chiesi a Jackson perché non smettesse di dipingere i suoi quadri non appena una data immagine vi aveva preso forma. Mi rispose: “Quello che voglio coprire sono le figure”».

 

Vademecum

• A cura di Sergio Risaliti e Francesca Campana Comparini.
• Orari: dal primo ottobre al 31 marzo tutti i giorni, escluso il giovedì, 9,00 – 19,00; giovedì 9,00 – 14,00; dal primo aprile al 30 settembre tutti i giorni, escluso il giovedì, 9,00 – 24,00; giovedì 9,00 – 14,00.
• Biglietti: intero 10 euro, ridotto 8 euro.
• Catalogo edito da Giunti Arte Mostre e Musei.

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