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7. Il CASO *(seconda parte)

Ma non si può nemmeno poi tanto pensare al futuro in questi termini. Le affezioni provocano questo sintomo di autodifesa dal dolore che porta ad invadere un po’ troppo la vita di un altro individuo. Ma chi può comandare i pensieri? Orazio aveva deciso di abbandonarsi agli eventi che la vita gli proponeva, cercava di comprendere sempre di più la parte differente dalla sua, l’altro.

Però naturalmente questo è impossibile perché gli individui sono fatti ognuno in maniera diversa e con il tempo è sempre più difficile distinguere cosa prova un’altra persona. Solo il caso poteva dominare tutte queste cose e le circostanze dovute ad esso di conseguenza. Basta, Orazio doveva uscire da quella situazione di dubbi interiori, paranoie e rimpianti. Doveva fregarsene e accettare le cose che gli sarebbero accadute con più tranquillità. Ora aveva dieci giorni davanti a sé per poter rimettersi le idee in chiaro. “Il vivere si riduce allo spendere denaro; questo è il vivere degli uomini, la grande ricerca di un foglio di carta che determina vita e morte e la conseguente mancanza di denaro, che a tutti i costi bisogna cercare di accumulare. Uscire di casa non lo si fa solo se non per comprare qualcosa, come il normale fare la spesa al supermercato”. È come trovarsi quando si ha la testa stanca e il fisico pieno di energia, una specie di dissociazione che deve essere riequilibrata ad esempio con una bella corsa, durante la quale il cervello si rilassa e il corpo si stanca. La corsa era proprio ciò di cui Orazio aveva bisogno in questo momento. Intanto il tutto continuava a girare e la vita delle persone si incrociava nel mezzo di un pieno caos universale. Chi partiva la mattina per andare a lavoro per poi tornare la sera a casa distrutto, chi si alzava alle due del pomeriggio e aveva tutto il resto della giornata per pensare cosa inventarsi, chi era sommerso dai debiti e non ce la faceva più, chi rinchiuso in una cella aspettava il suo giorno, chi perdeva l’autobus dopo essere stato lasciato dalla ragazza, chi aveva appena fatto un esame all’università, chi stava per nascere, chi per morire, insomma, tutti aspettando che qualcosa cambi, ma in realtà nessuno poteva fare niente per questo. Il grande caos che governa la vita non ha sentimenti, non è umano, non sbaglia perché per lui non esistono errori. Era necessario che Orazio capisse che il suo unico padrone era il caso, che domina gli eventi e che solo la dea bendata della fortuna poteva semmai intervenire; nel senso che un intreccio di situazioni totalmente indifferenti tra loro avrebbero potuto rivelarsi a suo favore, chissà forse anche solo una volta nella sua vita. Paz sarebbe tornata l’indomani e non si sapeva bene a che ora. Orazio era uscito di festa con José la sera prima e aveva come al solito brindato alla vita e a chi gli avesse augurato del male. Il freddo era arrivato anche a Santiago e la notte camminare ubriaco per strada era in qualche modo difficile e faticoso. Tutto tornava come sempre. Quel giorno camminando per il sentiero lungo il fiume, oramai un’abitudine per Orazio, incontrò Marì, una ragazza cilena che viveva già da anni lì e che conosceva tramite Guille e la solita gente. I due fecero una passeggiata e poi andarono a trovare Felipe, un tipo assai raro, uno di quelli che sanno tutto loro, che aveva cominciato a coltivare erba per poi venderla e riuscire così a campare. In quel posto Orazio non durò più di tanto, si fumò un porro e poi se ne andò, perché non riusciva a parlare con quella gente. Alla fine fare un “cultivo” non era difficile, Orazio già lo aveva sperimentato con ottimi risultati, però non andava in giro a tirarsela in quel modo.

Lui era libero, il suo carattere non era addomesticabile e se doveva dirti qualcosa te la diceva, anche se in quel momento poteva sbagliare. Orazio era intollerante nei confronti dei comandi, lui doveva parlare con le altre persone, non voleva essere nel mezzo di un rapporto  servo-padrone. L’equilibrio era dato dal dialogo secondo lui. Anche nei posti dove aveva lavorato, quando qualcosa non gli sembrava giusto, subito interveniva anche a costo di perdere il lavoro, cosa che gli era capitata già in passato. Era più forte di lui; sin dall’asilo con le suore che lo mettevano in punizione a punteggiare, alle medie quando lo volevano bocciare e la maestra aveva detto ai suoi genitori che come comportamento non rispondeva in modo maleducato, ma che con gli occhi comunicava tutto. Oppure alle superiori dove fu bocciato. Il sistema lo voleva addomesticare, ma lui inconsciamente si ribellava anche se faceva di tutto per trattenersi, per non far soffrire le persone che gli stavano più vicine. 

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