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La Coppa Italia della vergogna. Una pagina di calcio da dimenticare

ROMA – La finale di Coppa Italia del 3 maggio 2014 rappresenta il punto più basso della storia calcistica di casa nostra. La stessa nazione che con Vittorio Pozzo (Italia 1934 e Francia 1938), Enzo Bearzot (Spagna 1982) e Marcello Lippi (Germania 2006) ha vinto quattro titoli mondiali, record europeo e seconda solo al Brasile, si è trovata nelle mani di “Genny à carogna”, Gennaro De Tommaso, capoultrà del Napoli e figlio di un presunto camorrista, il quale, sotto gli occhi del presidente del Consiglio, del presidente del Senato, del presidente del Coni e del prefetto di Roma, ha “dato” il consenso per lo svolgimento della competizione.

IL POMERIGGIO – Prima dell’inizio della partita ci sono stati, come da tradizione purtroppo, dei problemi di ordine pubblico, culminati con 10 persone ferite, 3 dei quali hanno riportato ferite da arma da fuoco. Ciro Esposito, 30 anni, è stata la persona rimasta maggiormente coinvolta: ricoverato in codice rosso, un proiettile gli è entrato dal torace e arrivato alla colonna vertebrale. I medici in seguito all’intervento hanno definito la situazione del paziente “stabile, anche se ancora critica”. Secondo la ricostruzione della polizia il colpevole dello sparo è Daniele De Santis, capoultrà della Roma, il quale prima avrebbe infastidito i tifosi partenopei con lanci di fumogeni e poi, in seguito ad un’aggressione in massa nei suoi confronti, avrebbe sparato per difendersi. “Non sono stato io a sparare” è la replica immediata di De Santis. L’attentatore, o presunto tale, non è sconosciuto alle forze dell’ordine.

LA SERA – Alla luce di quanto successo nelle ore precedenti al fischio di inizio si sono verificati dei disagi anche all’interno dello Stadio Olimpico. La partita, iniziata con 45 minuti di ritardo, è stata preceduta da “siparietti” di cui il calcio farebbe volentieri a meno. Il capitano del Napoli Marek Hamsik, messo al corrente di quanto successo, è stato accompagnato sotto la curva per un colloquio con i rappresentanti della tifoseria napoletana, su tutti “Genny à carogna”. E’ proprio la tifoseria napoletana durante questi istanti a peggiorare ulteriormente la situazione, e non tanto “ingabbiando” Hamsik mettendolo spalle alla recinzione, ma gettando ripetutamente bombe carta in campo, colpendo un vigile del fuoco, fortunatamente senza conseguenze. Il clima è surreale, al punto che solo in seguito al consenso della tifoseria partenopea si è deciso di  iniziare il match. Da sottolineare anche gli spiacevoli fischi durante l’inno nazionale cantato da Alessandra Amoroso.

LA GARA – Una partita, nonostante tutto avvincente, e piena di colpi di scena. Partita che si sblocca a favore del Napoli grazie al gioiellino di casa, e unico napoletano in campo, Lorenzo Insigne, che finalizza al meglio l’assist del compagno con un destro chirurgico che bacia il palo e si spegne sulla rete alle spalle di Neto. E’ sempre Insigne a raddoppiare mandando il risultato sul 2 a 0, sotto gli occhi del Ct della Nazionale Cesare Prandelli. La partita sembra chiusa finché Vargas accorcia le distanze. Il match sembra ormai nelle mani del Napoli, ma la doppia ammonizione e conseguente espulsione di Inler  riaprono la gara al 78 esimo minuto. La fiorentina ci prova, Ilicic sfiora il pareggio con un pallonetto da distanza ravvicinata che esce di un niente, ma è Mertens a chiudere definitivamente i giochi. Coppa Italia vinta dal Napoli ed ennesimo trofeo in carriera per Benitez. Una bella gara posta in una cornice da dimenticare, con le dovute proporzioni il paragone con la strage dell’Heysel è quasi d’obbligo.

SPEZIALE LIBERO – La scritta sulla maglietta dell’ultrà napoletano richiamava il tragico avvenimento di qualche anno fa, quando Speziale uccise il poliziotto Filippo Raciti fuori lo stadio del Catania.

Sono molte le persone che hanno rilasciato dichiarazioni sull’avvenuto. 

Blatter: “Il calcio non merita tutto questo, il nostro sport è fatto per unire e non dividere la gente”.                                        

Armando Forgione, direttore dell’ufficio per l’ordine pubblico :“Non abbiamo trattato con i tifosi e non sono stati loro a decidere se giocare o meno la partita, abbiamo solo permesso loro di avere notizie affidabili, cioè le nostre perché eravamo le persone che stavano sul caso: avevamo già le idee chiare su chi fosse il personaggio fermato, e informazioni certe sullo stato di salute di uno dei feriti, che i partenopei ritenevano addirittura deceduto. Dovevamo dire, a qualcuno che risultasse credibile per i tifosi del Napoli e per la loro curva, quello che era davvero accaduto e spiegare che non avevano motivo di accusare la tifoseria avversaria”.

Piero Grasso: “Nonostante la voglia di andarmene sono rimasto perché ero tenuto a premiare, per rispetto ai milioni di tifosi perbene, e perché credo sia giusto essere dalla parte di chi ha la responsabilità e il dovere di far si che tutto possa svolgersi per il meglio. Dalla mia faccia era evidente il disagio e il disgusto per una situazione paradossale. Il responsabile della sparatoria, un criminale non appartenente alle tifoserie delle due squadre in campo, è già stato arrestato con una accusa di tentato omicidio. E’ comunque urgente prendere provvedimenti più seri contro la violenza mascherata da tifo, le infiltrazioni criminali nelle curve e i movimenti estremisti che sfruttano gli eventi per creare disordine, e per una gestione completamente diversa dentro e fuori gli stadi, come già fatto in altri paesi”.

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