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Riforme, sul Senato non c’è accordo

Verso una lunga seduta notturna a Palazzo Madama. Possibile un ordine del giorno comune di maggioranza ed opposizioni, per arrivare ad un testo condiviso ma da emendare

Non c’è ancora un accordo definitivo sulla riforma che dovrà cambiare o cancellare il Senato così come è oggi. Non c’è, infatti, un testo di base sul quale i senatori dovrebbero lavorare ed apportare le eventuali modifiche o aggiunte di rito.  C’è, in queste ore, un tentativo di mediazione tra maggioranza ed opposizioni, mediazione, come ha spiegato il Presidente della Commissione sulle riforme, la democratica, Finocchiaro, la volontà di superare l’empasse, approvando un ordine del giorno che raccolga tutte le possibili ipotesi, già condivise, per poi procedere sul testo base. Su questo punto sembrerebbe che l’accordo regga, ma solo nella notte si ripartirà con i lavori, visto che la seduta è stata sospesa e programmata solo dopo le 20 e trenta di questa sera Nel frattempo, come ha spiegato la presidente Anna Finocchiaro, si cercherà di elaborare un odg comune maggioranza-opposizione che contenga tutte le ipotesi di modifica condivise. La Finocchiaro ha così spiegato come dovrebbe procedere l’Aula: “Presenteremo un odg dei relatori che raccoglie il senso del dibattito, anche sulla scorta delle indicazioni presentate in commissione dai rappresentanti dei gruppi parlamentari – ha dichiarato la presidente della commissione -. Dopo di che si stabilirà il testo base. Io preferirei che tutto avvenisse in maniera compatta e che ci approssimassimo al campo vero di lavoro della commissione: ossia un testo sul quale i singoli senatori e i gruppi possano presentare gli emendamenti”.

Ma è sulle modifiche che da più parti vengono chieste, in particolare da Forza Italia e Lega, che si combatterà la battaglia parlamentare. Sul punto il Governo, con il ministro alle Riforme Maria Elena Boschi, è stato chiarissimo: “Il testo può essere modificato rispetto alla versione uscita dal Consiglio dei ministri. Il governo è disposto a accettare le modifiche che sono emerse nel dibattito in commissione, ma chiaramente non può essere stravolta la filosofia che sta alla base del ddl che è frutto di un’indicazione dei partiti di maggioranza e anche di Forza Italia che ha aderito a un percorso che tiene insieme le riforme costituzionali e la legge elettorale”. “Sappiamo bene – ha concluso il ministro – che una o due settimane di ritardo rispetto alla data del 25 maggio non sono un problema, ma non possiamo rallentare le riforme. Le attendono i cittadini ed è intenzione del governo e del Pd andare avanti a ritmi serrati”. E dopo aver dato il nome all’ultima riforma elettorale, torna a fare la sua proposta su come vorrebbe lui il Senato, il senatore leghista Calderoli. Per lui, oltre a toccare Palazzo Madama, andrebbe rivista anche la Camera dei Deputati.

L’ex ministro del Carroccio ha in mente un senato con 151 senatori, una Camera con 400 deputati, e un Governo che dovrebbe mantenere il rapporto fiduciario con la sola Camera, mentre il Senato sarebbe trasformato come Assemblea delle Regioni e delle Autonomie, con dentro presidenti delle giunte regionali, delle province autonome di Trento e di Bolzano, dai sindaci dei comuni capogruppo di regione e di provincia autonoma, nonché da senatori regionali eletti in ciascuna regione, per arrivare al numero complessivo di 151. Questa proposta, naturalmente, potrebbe trovare consensi, almeno per la parte elettiva, sia in Forza Italia, ma anche nel Nuovo Centro Destra ed in parti consistenti anche del Pd. Tutto, comunque, sarà più chiaro all’alba di domani.

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