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Troisi, un vuoto incolmabile. Vent’anni fa moriva il grande attore napoletano

“Da ragazzo i miei continui e disinteressati slanci di altruismo mi diedero la fama di buono. Da grande quella di fesso” (Massimo Troisi

 

MILANO  – Sono passati due decenni, eppure la sua popolarità è rimasta intatta, anzi continua a crescere anche nelle nuove generazioni. Il suo modo di parlare, la sua straordinaria ed amara ironia rimane insuperata e ineguagliabile. Massimo Troisi ha lasciato un vuoto profondo nel teatro e nel cinema italiano. Anche se intimamente legato alla tradizione teatrale napoletana, Troisi è stato innovativo e originale sia nel celeberrimo trio “La Smorfia” che nella sua carriera cinematografica.

La sua era comicità indagatrice dell’animo umano profondamente napoletana capace di arrivare a tutti. L’arte teatrale e cinematografica di Massimo Troisi racchiudeva questo e altro ancora. Quando se n’è andato prematuramente vent’anni fa, stroncato da un infarto, l’attore, lo sceneggiatore, il regista, il poeta ha lasciato un vuoto enorme nel panorama dello spettacolo. E’ scomparso il 4 giugno del 1994 a soli 41 anni. Era a casa di sua sorella Annamaria a Ostia, quando quegli occhi che hanno saputo emozionare interpretando personaggi intensi come Mario Ruoppolo de “Il postino”, non si aprirono più (morì nel sonno). E’ successo proprio poche ore dopo la fine delle riprese del film ispirato a “Il postino” di Neruda, candidato a 5 premi Oscar, tra cui la nomination postuma a Troisi come miglior attore.

Ed è proprio uno dei suoi amici più cari, Enzo Decaro, con il quale Troisi ha condiviso l’esordio teatrale lanciando insieme a Lello Arena il trio napoletano “La Smorfia”, a restituire un ricordo pieno di emozione del poeta-attore: “Massimo era un mito mite”. Decaro dice di non ricordare “una sua battuta banale. Tutto quel che esprimeva Massimo era detto a bassa voce. Una mitezza la sua che non era affatto un handicap ma la sua grandezza: ecco lui era un diversamente veloce, capace di trasformare ogni atto in poesia”. E’ l’aspetto poetico dell’amico che Decaro predilige: “Io in particolar modo sono molto legato al ‘Massimo poeta’. E credo che il suo aspetto poetico abbia sorretto e unificato tutto l’arco della sua produzione, dal teatro al cinema. Ma lui non era il poeta dei cieli blu e della profondità del mare, ma il poeta che sapeva stare accanto alle persone, nel sociale, che sapeva leggere gesti comuni. Tentava di tradurre un’emozione, uno sguardo che magari non era stato notato. Credo abbia influito più Massimo a cambiare il concetto del napoletano emigrante che tanti convegni dedicati”. Oggi “non possiamo immaginare dove avrebbe piazzato la macchina da presa”, aggiunge Decaro che parla del suo amico come di “un pioniere del pensiero, un esploratore di piccole zone impervie” come, cita, i due amici Mario e Saverio di “Non ci resta che piangere”, che si incamminano per una stradina e poi si trovano ad esplorare un mondo sconosciuto e fuori dal tempo. “Mi unisco – dice ancora – a quella nostalgia e affetto provati da tanti, anche da chi non lo conosceva personalmente. E’ la gratitudine verso un grande maestro che ce lo fa mancare tantissimo. Il pensiero di Massimo, che la distanza rende sempre più caro e importante”.

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