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Festival Taormina. Matt Dillon: “I registi dovrebbero imparare a recitare”

TAORMINA (nostro inviato) In una Taormina contraddistinta da un tempo oscillante tra nubi plumbe e labili raggi di sole, la sessantesima edizione del Festival ha visto alternarsi personaggi  nazionali ed internazionali.

La Tao Class è stata caratterizzata dalla presenza dell’attore statunitense Matt Dillon – protagonista de “ I ragazzi della 56ª strada, Rusty il selvaggio, Crash, Sex Crimes-giochi pericolosi, Tutti pazzi per Mary, Factotum (programmato quale omaggio introduttivo proprio al festival), Tu io e Dupree, Affari di famiglia.  Il cinquantenne attore –regista di New Rochelle (New York),  è stato accolto da un’autentica ovazione. Lui  ha risposto rivelando il proprio amore per l’Italia , luogo nel quale vorrebbe lavorare  e nel quale – ha affermato –  registi come Fellini, che in particolare ammira per “I Vitelloni”, hanno creato personaggi dalle sfaccettature indimenticabili. Nel sottolineare l’importanza di Francis Ford Coppola (una sorta di sua divinità cinematografica di riferimento), che lo ha diretto ne “I ragazzi della 56ª strada”, Dillon ha raccontato come questo regista di origine italiana gli abbia fornito tutti gli elementi per sentirsi sicuro come attore, elementi che gli hanno consentito di interpretare personalità “maledette”  o splendenti di humour.  Nel sottolineare un cinema in divenire, non necessariamente in senso positivo,  ha evidenziato come oggi si punti sull’intrattenimento più che sul talento, anche se  la tv sembra offrire grandi opportunità. Riferendosi alla miniserie della Fox “Wayward Pines”, di cui ha appena ultimato le riprese : un mistery  tratto dal romanzo di Blake Crouch, prodotto e diretto da M. Night Shyalaman.

L’attore statunitense ha confermato il suo ritorno alla regia, dopo l’esperienza dietro la macchina da presa del 2002 con City of Ghosts , pellicola in cui aveva diretto se stesso. Il nuovo sforzo  lo vedrà girare un documentario musicale incentrato sulla storia di un brillante cantante cubano, soprannominato El Gran Fellove dei secondi Anni Quaranta,  realizzatore di una scuola di musica cubana influenzata dal jazz americano. L’artista  morto nel 2013 a 89 anni viene considerato il fondatore del “fill in” . Il progetto  del documentario risale a dieci anni fa quando Matt Dillon, grande appassionato di jazz si recò in Messico per fare ricerche approfondite. 

Dillon ha candidamente ammesso di non avere mai voluto fare l’attore ma , sostenendo che il percorso di ogni persona sia sempre un’ottima sceneggiatura, si sia indirizzato alla ricerca della “verosimiglianza” come elemento di approssimazione alla verità, che lo ha indotto a farsi carico di personaggi che catturano tanto l’interprete quanto lo spettatore.

 Come consiglio per chi inizia  una carriera cinematografica, potendosi lui definire ormai un veterano, ha invitato i giovani alla creatività che passi attraverso l’esplorazione di altri linguaggi e non miri solo alla recitazione, sostenendo che i registi dovrebbero imparare a recitare e gli attori  a scrivere e leggere.

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