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Tra mutazione genetica del PD e crisi delle sinistre

ROMA – “Uomini di frontiera, è difficile trovarne. In alto, è facile: protetti dai libri e da sicuri portafogli”. Era un caldissimo giorno di luglio del 1978. La Padova della militarizzazione della politica rendeva difficile -dopo il ’77, le gambizzazioni e gli attentati di autonomia operaia e le azioni violente dello squadrismo di estrema destra- pensare la politica in termini di conflitto pacifico. Tom Benetollo ci provava, e scrisse a me, giovanissimo segretario della FGCI veneta, una lunga “Dedica alla cinese” che cominciava così. Quella dedica la conservo sempre appesa dietro alla mia scrivania.

Dieci anni dopo quella scomparsa tragica e improvvisa, la parola che più mi rimbalza nella mente è frontiera. Tom era uomo di frontiera, e dell’abbattimento di dogane, confini, muri ha fatto la ragione della sua esistenza, così ingiustamente breve. Sapeva bene -venendo dalla campagna, orfano di padre da giovane, con la sua adorata mamma Italia, Tom che aveva brillato negli studi diventando un intellettuale autodidatta come pochi- che chi non è “in alto”, se sbaglia un bivio, paga nella vita.

Bisogna muoversi “senza mai tornare, come mobili stelle polari”. Ed essere rapidi -negli anni ’70, non nell’era di un tweet-, anzi “più rapidi di questo mondo che vuole coglierci e ingessarci nella sua vecchiaia”. 

La vita pubblica di Tom Benetollo è stata segnata da tre distinte fasi. La prima, negli anni 70, quella dell’impegno politico a Padova e in Veneto, segnata dall’iniziativa per difendere lo spazio della partecipazione, negli anni delle spranghe, delle molotov e delle P38. La seconda, quella del tentativo, nella FGCI nazionale e poi nella sezione esteri del PCI, di far prevalere un’impronta pacifista, contro i blocchi, promuovendo e organizzando il grande movimento contro i missili nucleari. E la terza, quella nell’ARCI, fino a diventarne Presidente, e a cambiare i connotati della più grande associazione culturale italiana, come si vedrà dai fatti di Genova, nel 2001, fino alla sua scomparsa tre anni dopo.

In ognuna di queste fasi, Tom è stato in movimento. Rapido, non ipercinetico, e profondamente insoddisfatto. Ho scritto, dopo la sua scomparsa, che Tom -nel suo essere “eretico” rispetto all’ortodossia di Partito, e nel suo essere antiestremista- è stato autenticamente berlingueriano. 

E’ difficile immaginare un uomo piu’ lontano dalla politica-spettacolo, e dall’abitudine consolidata di larga parte della leadership politica a usare indifferentemente un  argomento e il suo contrario a seconda delle convenienze. Quando di Enrico Berlinguer si propone un’immagine, nel 2014, da cui è sostanzialmente scomparsa la lotta per la pace e contro gli euromissili, e la ricerca di nuove strade per un mondo nuovo, si sbianchetta anche il senso dell’impegno di Tom. Nel suo stare sulla strada non c’era il rifiuto della politica e del potere. Sarebbe un grave torto alla sua memoria iscrivere Tom in quella categoria di  acchiappa-farfalle. Tom, spirito libertario e anarchico come pochi, amava l’organizzazione, si poneva  il problema della democrazia e del governo. Ha amato il partito a cui è stato iscritto sempre (prima il PCI e la FGCI, e poi il PDS e infine, non senza crescente fatica, a causa della guerra nel Kosovo, i DS): e la sua critica al partito e alla politica ha riguardato l’autoreferenzialità, l’incapacità ad aprirsi e a contaminarsi, la scarsa “cultura della strada”.

La strada che Tom percorreva non era la “buona strada” –o la retta via, che dir si voglia-. Non vi era traccia di populismo, di buonismo né di pelosa compassione. Tom –per molti versi missionario laico e civile, come lo sono Ciotti, Zanotelli, Strada- percorreva “la cattiva strada”, quella di cui aveva cantato magistralmente Fabrizio De André. E se è l’amore, nella poetica del cantautore genovese, a rimettere in circolo la vita, questo amore, in una visione politica, è amore per gli altri. La politica come amore. Amore per i neri americani sfruttati. Amore per il tormentato uomo dell’est, negli anni dopo il crollo del Muro, che Tom, insieme alla nostra FGCI, aveva auspicato. Amore per tutte le vittime dei soprusi. Tom portò l’Arci nelle lotte contro la cancellazione dell’articolo 18, e persino nel referendum promosso dalla Fiom.

La strada era la strada del mondo. Tom è stato globale e universale, ben prima che si parlasse di globalizzazione. Quando, nel 1987, lascia il lavoro di funzionario e dirigente della sezione Esteri del PCI, e va all’Arci, Tom costruisce prima del tempo una nuova identità plurale. E quando, dopo, le “strade” della sinistra si sono divise, talvolta in modo irreparabile, la sua Arci diventa già un luogo comune, una strada in cui viandanti –“lampadieri”, come scrisse a un suo compagno-, pellegrini, ciclisti,  marciatori della pace e lavoratori dei call center,  tribù avversarie della sinistra camminano, talvolta senza volerlo o neppure saperlo, insieme. 

Mi domando, senza riposta, che cosa direbbe oggi, di questa politica, Tom. Sembra passata un’eternità, e sembra siano rimasti sotto le macerie dei vecchi castelli del ‘900 i valori da cui tutti siamo nati: eguaglianza, fraternità, libertà. La stessa Arci, dopo Tom, non è stata più lontanamente la stessa -e forse non poteva esserlo-. Sono stati più rapidi altri, che hanno proposto come nuovo qualcosa che in definitiva è molto arcaico: il culto di un Capo. 

La sinistra sociale, e perché no, anche politica -tra la mutazione genetica del PD e la crisi delle altre sinistre- potrà riprendere forma se sarà mobile, rapida, innovativa. “Una lezione di morale?”conclude la Dedica alla cinese :“Accendere la luce del sole”, altrimenti se ne viene bruciati.  “Noi andiamo senza mai tornare”.

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