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Donne senza lavoro. La crisi acuisce la discriminazione uomo-donna

ROMA – I nuovi dati provvisori sulla disoccupazione, diffusi oggi dall’Istat, non lasciano dubbi, è disastro sul fronte lavoro.  A cadenza regolare siamo subissati da numeri, percentuali, dati che di fatto dicono sempre la stessa cosa: la crisi c’è, è inutile negarlo, e stiamo assistendo all’eclissi del lavoro e della società salariale. Questo è quello che salta all’occhio da una prima analisi dei numeri snocciolati dall’Istat.

Il tasso di disoccupazione risulta in crescita sull’anno di 4,2 punti. Nel mese di maggio è salito al 12,6%. Tra i giovani di età compresa tra i 15 e i 24 anni la disoccupazione si attesta al 43% a maggio, a fronte di un leggero calo dello 0,3 punti percentuali su aprile.  

Ma la disoccupazione è anche e soprattutto donna, si perché tra gli uomini subisce un calo nel mese di maggio di  0,2 punti, mentre  la disoccupazione femminile raggiunge il record del 13,8%, il livello più alto dall’inizio delle serie storiche mensili (gennaio 2004). Il tasso cresce dunque sia sul mese (+0,5 punti) che sull’anno (+0,8 punti).

Insomma, per farla breve, senza elencare ogni singola percentuale, è evidente che  il grande assente è sempre lui: il lavoro. Ad allarmare maggiormente questa volta è però proprio il balzo della disoccupazione femminile. A sottolinearlo è Patrizia De Luise, vice presidente di Confesercenti e presidente di Cnif – Coordinamento nazionale imprenditoria femminile di Confesercenti –  che dichiara: “In tre soli mesi, da marzo a maggio, abbiamo perso 81mila occupate: è paradossale che, mentre le donne accedono giustamente a ruoli di responsabilità nella vita pubblica come mai nel passato, milioni di altre donne si vedono chiudere la porta in faccia del lavoro e vengono espulse in quantità davvero drammatiche”. Il prolungarsi della crisi ha evidentemente acuito la discriminazione uomo-donna nell’accesso al lavoro, aumentando il divario con il resto dell’Europa, e questo sia per le lavoratrici dipendenti che per le imprenditrici. 

Ma lapidario è  anche il commento di Carlo Rienzi, presidente del Codacons, che stigmatizza il fallimento e l’incapacità dei vari governi che si sono succeduti. “L’Italia si conferma fanalino di coda in Europa sul fronte del lavoro: peggio di noi hanno fatto solo Spagna, Grecia e Portogallo” ha commentato.  

E non sembrano certo altrettanto ottimistiche le dichiarazioni di Susanna Camusso, segreteria Cgil, secondo la quale “il 2014 rischia di essere un anno pesantissimo per l’occupazione: un anno in cui intere aree del paese si sentono abbandonate. E’ fondamentale – sostiene Camusso – realizzare politiche che attuino scelte di lavoro e rimettano il lavoro al centro, in assenza di queste politiche è indubbio che la situazione sarà sempre più difficile”.  

“Rimettere al centro il lavoro”, questa è dunque l’essenza, inutile fare tanti giri di parole. Il lavoro è il pilastro fondamentale su cui si costruisce il legame sociale. Il lavoro è, e deve essere un diritto (sancito dalla Costituzione, non va dimenticato) ma è anche una necessità. Il lavoro è vitalità,  è esercizio indispensabile verso sé e verso gli altri, verso una propria dimensione identitaria, in assenza del quale si sprofonda nella precarietà dell’esistenza stessa. Il lavoro  è libertà, perché parafrasando una celebre frase di Sandro Pertini, chi non ha lavoro e muore di fame,  non è un uomo libero e avrà pure tutto il diritto “di imprecare e bestemmiare”. E senza volersi addentrare in maniera superficiale nell’ambito psicanalitico, non è un caso che, per Sigmund Freud, amare e lavorare erano i due verbi fondamentali della vicenda umana.  Purtroppo il lavoro ha perso valore etico ed è valutato solo in termini economici e pragmatici. Per cui se un lavoro non serve lo si elimina. In realtà si eliminano proprio i lavoratori e di conseguenza anche i loro figli, e i fatti, ma soprattutto i numeri, lo dimostrano chiaramente, se i lavoratori non servono diventano ‘esuberi’, ‘materiale umano di scarto’ e quindi eliminabili.

E in tutto questo chi ne paga un prezzo altissimo sono le donne. Sarebbe il caso che il governo prendesse in considerazione, magari seriamente, il ruolo femminile all’interno della nostra società. Amministratrici uniche, se possiamo azzardare questa definizione un po’ troppo blasonata nel campo economico, solo per enfatizzare i tantissimi ruoli che una donna potrebbe ricoprire, ma di cui spesso ne è completamente privata. Insomma, la situazione non cambia, le donne escluse da un mondo del lavoro sempre più cinico.

Tornando dunque ai dati Istat prodotti, “il vero problema è il lavoro”.  Lo sottolineano anche Rosario Trefiletti ed Elio Lannutti, presidenti di Federconsumatori e Adusbef. Rimettere al centro ‘sul serio’ il lavoro, come? Facendo investimenti per la ricerca e lo sviluppo tecnologico, a partire dalla banda larga nelle telecomunicazioni; – avviare un piano per lo sviluppo del turismo, vero ‘oro nero’ del nostro Paese. Insomma “intervenire immediatamente con misure eccezionali tese a rilanciare l’occupazione, dando nuove prospettive al Paese ed ai giovani” conclude Trefiletti.

 

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