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La solitudine del rottamatore

 

ROMA – Ha ragione Francesco Merlo quando, su Repubblica, scrive che “l’operazione di contingentare i tempi per votare al più presto non sia un attentato alla Costituzione né un anticipo di autoritarismo”. No, si tratta solo di un diversivo, fumo negli occhi dell’opinione pubblica, il tentativo, per il momento riuscito, le difficoltà del governo e del paese. Nell’intervista del Premier ad Alain Fridman, che ieri ha fatto da contrappunto alla battaglia di Zanda e Boschi per piegare Grasso e imporre una disciplina dei tempi in Senato, sono finite in secondo piano le cattive notizie (l’Italia che non cresce, i no alla Mogherini) per dar luogo a uno spavaldo “non mollo” di Matteo. Davanti ai “gattopardi”, s’intende, quelli che un famoso vuole “uccidere”.

E che forse sono gli stessi – udite udite – che hanno affossato la candidatura di Romano Prodi. Fridman ha detto proprio così. Senza pudore. Chiti, Civati, Tocci, Zampa, Corsini tra i 101? Non c’è limite alla decenza. Un tempo si ritoccavano le fotografie dei bolscevichi per lasciare solo Stalin accanto a Lenin, ora si riscrive la storia per compiacere il nuovo leader!

Ecco i titoli: “Tempi tagliati, opposizione in rivolta”, Corriere della Sera. Semplicemente “La Rivolta”, per il Fatto Quotidiano. “Riforme è battaglia – scrive Repubblica – Le opposizioni marciano sul Colle”. “Protesta al Colle”, anche sulla Stampa. Chiude il Giornale con “Politici in piazza. A casa mai?” E mandiamoli a casa questi puzzoni, nominati con una legge incostituzionale, voluta da Berlusconi e che i Partiti si son tenuta stretta per 7 anni e 3 elezioni politiche. Mandiamoli a lavorare (zappare la terra o in miniera, qui si esercita la fantasia al potere dei messaggi pro Renzi!) e magari sostituiamoli con un manipolo di consiglieri selezionati dai partiti regionali e una piccola folla di deputati, giovani e donne, scelti in un vertice al Nazareno.

Scrive Francesco Merlo: “Che nel museo della rottamazione vada a finire anche l’ostruzionismo parlamentare non è un colpo di stato ma una festa di liberazione”. Capisco Loredana De Petris che per due mesi, dopo la cacciata mia e di Mauro dalla Commissione Affari Costituzionale, si è sentita presa in giro perché tutto passava sulla sua testa e veniva deciso altrove. E tuttavia non ho condiviso la scelta di Sinistra Ecologia e Libertà che ha presentato ben 6mila emendamenti. Meglio una battaglia esplicita su pochi voti, con la forza della ragione dalla nostra parte e un Governo costretto a nascondersi dietro un debolissimo “abbiamo discusso per mesi (sì, con Verdini e Calderoli) non è più tempo di trattare”. Poi il voto finale sul provvedimento, lasciando ai nuovi costituenti l’onta di aver varato, solo per prevalere, una pessima riforma del sistema parlamentare.

Tuttavia il filibustering – come lo chiama Friedman – qualche risultato l’ha conseguito. Ora Boschi dice che la legge sarà sottoposta a referendum (anche perché difficilmente otterrà la maggioranza dei due terzi), fa intendere che le norme contro i referendum (tutti e in particolare contro quelli elettorali) saranno abbandonate, ora il ministro accetta di ampliare la platea degli elettori del Presidente della Repubblica, cooptando i parlamentari italiani a Bruxelles (che non si capisce che titolo abbiano per votare il Presidente ma servono, almeno, ad alzare il quorum e rendere il Quirinale un po’ meno scalabile di chi abbia arraffato il premio di maggioranza alla Camera). Vedremo.

Ora si votano i decreti. Ci sono 3 giorni per riflettere prima che riprenda la battaglia del Senato. Se fosse un leader, se non si fosse ormai convinto che solo elezioni anticipate possono salvarlo dal fallimento delle sue promesse, Matteo Renzi smetterebbe l’aria da grullo che ha assunto nell’intervista a Fridman e verrebbe in Senato. Scenderebbe nell’arena, come un imperatore trionfante. Ora che ha ricevuto “l’inchino”: Ave Renzi, senatori te salutant! E direbbe: va bene, meglio 95 senatori eletti nelle regioni e con la proporzionale che altrettanti consiglieri scelti dai cacicchi locali. Va bene, riduciamo il numero dei deputati, che siano meno numerosi, più autorevoli, e vengano votati nel collegio o selezionati con le preferenze. L’accusa di autoritarismo gelerebbe nella bocca degli stolti. E il capo mostrerebbe di saper vincere senza voler stravincere. Ma questo è un sogno, forse Matteo Renzi, quello vero, è ormai circondato, anzi accerchiato, da seguaci inebriati, collaborazionisti inaciditi, e cantori esaltati. Una rete a maglie strette da cui non si esce e che lo consegnerà al “Gattopardo”.

 

 

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