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Griefault in Argentina

ROMA – Default. Tecnicamente una bancarotta. Da giorni ascoltiamo questo termine associato alla condizione argentina. E si sprecano i commenti che comparano la situazione attuale del paese sudamericano con quella del 2001, quando, dopo anni di politiche fondomonetariste, di aggiustamento strutturale, di privatizzazioni selvagge, di imposta e supinamente accettata parità con il dollaro statunitense, il paese era stato portato al disastro.

La condizione economica della gente comune in quel momento raccontava quella catastrofe: le immagini dei bambini alla fame, 19 milioni di persone in condizione di povertà, 8 milioni al di sotto della soglia di indigenza, la scomparsa della classe media, i saccheggi, la disoccupazione alle stelle e il governo e la governance finanziaria internazionale che proponevano come alternativa la stessa ricetta che aveva portato al fallimento. I cazerolazos e le proteste di piazza avevano come unico slogan “Què se vayan todos! Què no quede ni uno solo!”. 

Siamo di nuovo nella stessa situazione? No. Questa volta l’insolvenza dell’Argentina è dovuta ad una sentenza della Corte suprema statunitense che ha congelato i fondi con cui il paese avrebbe dovuto pagare ed onorare i suoi debiti nei confronti di tutti quei risparmiatori (il 92% circa) che nel 2005 e nel 2010 avevano accettato di rinegoziare il proprio credito (contratto proprio a radice della bancarotta del 2001 e delle politiche neoliberiste). E questo perché i fondi speculativi (circa l’8%), chiamati suggestivamente buitres , avvoltoi, che avevano ricomprato il debito del paese per pochi spiccioli da quei risparmiatori che erano rimasti colpiti dal default del 2001 non hanno mai accettato la rinegoziazione, pretendono il pagamento intero e si sono rivolti alla corte statunitense. Questo Tribunale ha dato ragione ai fondi avvoltoi a spese del 92% dei creditori che stanno aspettando il pagamento. Le riserve pronte a coprire questo pagamento sono infatti state bloccate dal giudice statunitense Griesa fino a quando non si pagherà l’8% dei fondi buitres. E il default si sostanzia a partire da questo mancato pagamento.

Una situazione ingarbugliata alla quale il governo argentino e il suo ministro dell’economia e delle finanze Kicillof hanno cercando di porre riparo tentando una mediazione. L’ultimo tentativo di accordo è stato rifiutato ieri pomeriggio. Gli avvoltoi hanno rifiutato di chiedere al giudice Griesa di sospendere il blocco del pagamento dei fondi rinegoziati e di postergare l’esecuzione della sua sentenza a fine anno. Ciò avrebbe permesso all’Argentina di pagare il suo debito come da calendario, non essere quindi declassata dalle agenzie di rating fino a sentenziarne un default, e al governo di continuare a tentare un negoziato con l’8% dei creditori rimasti.

I buitres preferiscono quindi che si dichiari l’Argentina in bancarotta e quindi incapace di pagare piuttosto che aspettare ancora un po’ e trovare un accordo che possa permettergli di incassare almeno una parte del denaro investito. Non è un atteggiamento un po’ strano per degli operatori finanziari che dovrebbero mirare primariamente al profitto?

“Abbiamo offerto ai fondi buitres di entrare in una nuova proposta di negoziazione, alle stesse condizioni del 2005 e del 2010. Gli abbiamo offerto un profitto del 300% e l’hanno rifiutato” ha detto Kicillof. E ha aggiunto: “Se offriamo ai buitres più di quello che abbiamo offerto nel 2005 e nel 2010, tutti i nostri creditori potrebbero pretendere lo stesso e la domanda si moltiplicherebbe. Abbiamo una responsabilità storica, non possiamo firmare qualcosa che possa generare un incremento del debito e possa aprire ad una tonnellata di chiamate in giudizio”.

Il default, o default tecnico, default Griesa, Griefault, come lo chiamano i giornali argentini, nelle condizioni date si profila come uno strumento tecnico finanziario per ricondurre a ragione un paese che ha osato alzare la testa di fronte alle istituzioni finanziarie internazionali. Un paese che malgrado complicati problemi economici ha scelto un’opzione di sovranità nazionale, in cui lo stato ha un ruolo e le decisioni politiche cercano di favorire innanzitutto i cittadini. 

Ciò che le agenzie di rating, i fondi speculativi, le finanziarie internazionali vogliono far credere è che un paese che riprende in mano le proprie risorse e rifiuta i ricatti neoliberali sia inaffidabile; il tentativo è quello di isolarlo. 

Ma ciò che è stato possibile in questi ultimi anni in America Latina non si cancella tanto facilmente. L’Argentina ha incassato il sostegno degli altri stati del Mercosur e la solidarietà degli altri stati sudamericani che stanno dando vita ad un’America latina integrazionista. E anche OEA, G77, Unasur, BRICS, Russia, Cina e Francia hanno dichiarato il loro sostegno.

E alle proteste multitudinarie e ai cazarolazos contro il governo del 2001 rispondono oggi i movimenti argentini in piazza contro i buitres.

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