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Iraq. Continueremo i raid contro i jihadisti. IL VIDEO

NEW YORK – «Se necessario» i raid aerei americani contro lo Stato islamico in Iraq continueranno. Lo ha affermato il presidente americano, Barack Obama.  Gli Stati Uniti infatti  hanno esteso la loro offensiva lanciando due nuovi attacchi aerei per bloccarne l’avanzata su Erbil, capoluogo del Kurdistan iracheno. In una nota del Pentagono, si legge che droni e jet militari hanno colpito due volte una posizione dei combattenti sunniti «eliminandoli con successo».

Il presidente Usa, in un intervento televisivo dal giardino della Casa Bianca, ha detto che non c’è una tabella di marcia precisa sulla fine dei raid aerei americani contro i jihadisti dello Stato islamico nel nord dell’Iraq. Obama ha sottolineato che è «impossibile risolvere il problema nel giro di poche settimane». 

«Non penso che risolveremo il problema in poche settimane», ha detto Obama nel corso di una conferenza stampa. «Ci vorrà del tempo», ha aggiunto il presidente americano, precisando che gli Stati Uniti sono stati spinti ad intervenire perché l’avanzata dei jihadisti dell’Is è stata «più rapida» di quanto avevano previsto i servizi di intelligence. L’avanzata delle milizie dello Stato Islamico nell’Iraq settentrionale è stata «più rapida di quanto non si aspettassero i responsabili politici dentro e fuori» dal Paese arabo: ha ribadito Barack Obama  ammettendo che una certa sottovalutazione dell’emergenza c’è stata anche da parte Usa. Washington, ha puntualizzato il presidente americano, continuerà a fornire assistenza e consulenza militari tanto alle autorità centrali irachene quanto alle forze della regione autonoma del Kurdistan. Non sono però gli Stati Uniti, ha ammonito, a doversi fare interamente carico del problema: in tal senso è fondamentale che Baghdad si munisca finalmente di un nuovo governo unitario, a oltre tre mesi di distanza dalle elezioni legislative del 30 aprile. «Penso», ha osservato Obama, «che questa per un sacco di esponenti iracheni sia stata una sveglia, per far capire loro che occorre ripensare il da farsi se davvero vogliono tenere insieme il loro stesso Paese».

 

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