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Femminicidio. La disparità di genere primo muro da abbattere

ROMA – Uccide la moglie e scappa. È successo a Monasterace, in Calabria: spara alla moglie dopo una lite, con una calibro 7,65. Un colpo alla testa e, quando arrivano i soccorsi, ormai per la donna non c’è più nulla da fare.

Muore così Mary Cirillo, questo 18 Agosto che diventerà un’altra data da ricordare tra quelle che tristemente segnano un 2014 che avremmo voluto senza femminicidi. Se l’anno scorso si contavano 177 vittime, ad oggi la quota di questi mesi è già a 153. Gelosia, desiderio di prevaricazione, vendetta dopo la fine di una relazione. Quello che accomuna queste storie è l’iter criminoso: la donna che soccombe in un vortice malsano di “amore” e violenza, in cui vengono trascinate da mariti, ex mariti, innamorati respinti. E’  armata la mano di chi invece dovrebbe rappresentare un sostegno, una protezione.

La vita è bene supremo ed in quanto tale non dovrebbe esistere una diversificazione tra le tipologie di omicidi in base al sesso. Ma, perché consumati in situazioni di violenza pregressa subita nell’ambito di una relazione di intimità, è necessario differenziare questi delitti dagli omicidi passionali, in modo da evitare queste morti preannunciate attraverso la creazione di figure di reato quali lo stalking, che rappresentano il primo campanello d’allarme e la realizzazione di un sistema di prevenzione e  protezione delle vittime. Questi ed altri provvedimenti sono compresi nella Convenzione di Instanbul  varata nel 2011, che si configura come primo strumento giuridicamente vincolante per gli Stati dell’Unione in materia di violenza sulle donne, che ne  definisce le varie forme criminalizzandole. La predisposizione di nuove aggravanti quali la Violenza assistita, perpetrata in presenza di minori o su donne incinte, e l’introduzione di misure preventive come l’ammonimento, non sono strumenti efficaci, perché nella maggior parte dei casi i maltrattamenti o “reati sentinella” sono compiuti in ambito familiare e la componente psicologica della vittima non viene presa in considerazione, sicché la legge rischia di non intervenire tempestivamente.

Il problema, oltre a quello giuridico, ha un valore culturale. La disparità di genere è la prima battaglia da combattere in una società afflitta da quell’antico male che è la logica della supremazia maschile perché, come la morte di queste 153 donne  rivela, su questo fronte le leggi attuali si dimostrano assolutamente inadeguate. 

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