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UE. La cruciale settimana di Juncker per formare il nuovo esecutivo

 

BRUXELLES  – Dopo la nomina di Donald Tusk alla presidenza del Consiglio europeo e di Federica Mogherini alla guida della Politica estera e di sicurezza comune dell’Ue (Pesc), sabato scorso al vertice di Bruxelles, la palla passa ora al presidente eletto della nuova Commissione europea, Jean-Claude Juncker, che si è dato poco più di una settimana per finalizzare la formazione del suo Esecutivo. Il presidente eletto incontrerà entro la settimana tutti i candidati proposti dai governi, per presentare l’intera squadra l’8 o il 9 settembre.

Non sarà un lavoro facile: oltre che assegnare i portafogli, Juncker deve far quadrare il cerchio, stabilendo un complesso equilibrio inanzitutto sul piano geografico, poi politico, e, «last but not least», a livello di genere. Il presidente eletto ha bisogno soprattutto di più donne, ma anche di più membri della Commissione liberali, perché rischia altrimenti di perdere il prezioso appoggio del gruppo europarlamentare dell’Alde (l’alleanza liberaldemocratica) per il suo Esecutivo. L’attuale Commissione Barroso conta nove donne, e Juncker non vuole assolutamente scendere sotto questo livello, anche perché se così fosse i socialisti al Parlamento europeo hanno già minacciato di negargli la fiducia.

Fra le personalità politiche che i governi hanno indicato per ricoprire il ruolo di commissari europei, mancano ora all’appello solo tre nomi: quelli che saranno proposti dal Belgio, da Cipro e dall’Olanda. La Danimarca, che mancava ancora all’appello durante il vertice di Bruxelles, ha proposto ieri il ministro dell’Economia e dell’Interno Margrethe Vestager, una liberale di sinistra. Una personalità di peso (è anche vicepremier) che permette a Juncker di riempire una casella in più nella lista delle donne e una in quella dei liberali.

Facendo il conto, ad oggi le donne sicure sono ancora solo sei: oltre alla Vestager e alla Mogherini (che, oltre che Alto Rappresentante per la Pesc, sarà anche vicepresidente della Commissione, come prevede il Trattato), ci sono le due commissarie svedese e bulgara, riconfermate (Cecilia Malmstroem, liberale, e Kristalina Georgieva, Ppe), la ex premier slovena Alenka Bratusek (politicamente di centro, ma in corsa c’era anche l’eurodeputata socialista Tanja Fajon), e la ceca Vera Jourova, liberale, ministro per lo Sviluppo regionale.

Juncker, dunque, farà certamente pressioni sui governi ancora indecisi perché scelgano delle donne. L’Olanda potrebbe indicare il proprio ministro al Commercio, la socialista Lilianne Ploumen. A quanto pare, la candidatura della Ploumen è rimasta «appesa» per via di un’altra questione irrisolta, riguardante l’assegnazione del portafogli degli Affari economici e monetari. Juncker si era impegnato ad assegnarlo a un socialista, ma il candidato più forte, il francese Pierre Moscovici, sostenuto anche dall’Italia, non era

finora gradito alla Germania, per ovvie ragioni: Parigi si accinge a chiedere un ulteriore rinvio del rientro del proprio deficit sotto il 3% del Pil, e per i tedeschi è difficile mandar giù l’idea che sia proprio un commissario francese a concedere questo nuovo rinvio.

La soluzione favorita da Berlino sarebbe stata designare come commissario agli affari Economici l’attuale presidente dell’Eurogruppo, l’olandese Jeroen Dijsselbloem, che è anche lui socialista (ma vicino alle posizioni rigoriste tedesche). Tuttavia, dopo la nomina alla presidenza del Consiglio europeo del popolare Tusk, sponsorizzato dalla cancelliera Angela Merkel, Djisselbloem invece di Moscovici squilibrerebbe ancora di più a favore della Germania e a danno della Francia gli equilibri interni alle istituzioni comunitarie, e sarebbe una beffa per i socialisti, visto che l’attuale presidente dell’Eurogruppo non rappresenterebbe certo quella svolta contro le politiche d’austerità che si attendono dalla nuova Commissione.

Un altro paese con cui Juncker insisterà certamente perché proponga una donna è il Belgio. Una possibile candidata è l’europarlamentare fiamminga Marianne Thyssen (Ppe), ma potrebbe spuntarla invece Frédérique Ries, un’altra europarlamentare che è stata anche segretario di Stato agli Esteri e agli Affari europei, e che in più è liberale.

Con la Ploumen e con la Ries, Juncker avrebbe in squadra otto donne: se riuscirà a ottenere dal governo di centro destra di Cipro che proponga un’altra donna potrà arrivare alla fatidica soglia dell’attuale Commissione ((nove donne). Sul piano politico, avrebbe cinque commissari liberali, che potrebbero bastare per assicurarsi l’appoggio dell’Alde al Parlamento europeo. Resterebbe tuttavia da risolvere il problema della scarsa rappresentanza socialista nella nuova Commissione: sarebbero solo sette o otto, contro 16 o 17 popolari. Il presidente eletto a questo punto avrebbe solo una carta da giocare: dare ai commissari socialisti più portafogli «pesanti» per compensare la loro scarsa rappresentanza. I ruoli di primo piano di Mogherini (agli Esteri) e Moscovici (all’Economia) non basterebbero.

L’attribuzione dei portafogli, tuttavia, deve rispondere a criteri di competenza specifica dei nuovi commissari nel loro campo. C’è il rischio, altrimenti, che le commissioni europarlamentari competenti boccino i commissari designati durante le loro audizioni, che si terranno nella seconda metà di settembre e all’inizio di ottobre, prima del voto di fiducia

della Plenaria. Le audizioni, solitamente severissime e impegnative, potrebbero comportare delle sorprese, soprattutto per i commissari designati meno esperti, non convintamente europeisti, o non abbastanza «protetti» da uno dei gruppi politici. Il Parlamento europeo ha acquisito un nuovo, grande potere con l’elezione di Juncker, praticamente imposta ai governi recalcitranti. C’è da aspettarsi che nelle audizioni non faccia regali a nessuno.

 

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