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Blocco dei contratti. Dal 2010 a oggi sottratti 11 miliardi dalle tasche dei dipendenti pubblici

ROMA – Passate le elezioni gabbato il dipendente pubblico. Questo si potrebbe dire del governo Renzi. Infatti, se alla vigilia delle elezioni europee il premier aveva fatto i salti mortali per far avere il bonus di 80 euro in busta paga, nei giorni scorsi ha fatto sapere per bocca della ministra Madia che il blocco degli stipendi dei dipendenti pubblici permarrà fino al 2015. Ma è facilmente prevedibile che questo sarà lo scenario almeno fino al 2017.

E dire che proprio molti degli ingenui destinatari del bonus di 80 euro avevano votato alle europee per il Partito democratico, convinti che, dopo anni di insulti di Brunetta ai lavoratori pubblici “fannulloni”, si fosse finalmente ad una svolta epocale, con un governo in grado di ricordarsi che gli stipendi dei dipendenti pubblici italiani sono tra i più bassi d’Europa.

Il Foglietto ha affrontato più volte il tema dell’erosione del potere di acquisto delle buste paga dei lavoratori della pubblica amministrazione, certamente la categoria che più ha pagato i costi della crisi e che continua, impotente e insultata, da un ventennio a veder scendere il potere d’acquisto delle proprie retribuzioni. Ma ciò che è peggio è che il blocco dei contratti determina una perdita anche per il resto della vita del dipendente, perché si tradurrà in salari e pensioni più basse, per importi di gran lunga superiori ai 4.800 euro di cui parlano gli scandalizzati confederali.

Dal 2010, quando il governo Berlusconi decise il blocco dei contratti, lo Stato ha conseguito fino a oggi un risparmio di circa 11 miliardi, che nelle intenzioni doveva avere un effetto positivo sull’economia mentre invece ha contribuito a moltiplicare gli effetti nefasti della crisi, determinando un impoverimento dei 3,3 milioni di dipendenti della Pa, che hanno visto mediamente ridursi il valore del salario reale di quasi 15 punti percentuali. Purtroppo, gli insegnamenti di Keynes sull’effetto moltiplicatore della spesa pubblica per rilanciare le economie in crisi, i “giovani” al governo non li conoscono e se ne vedono i risultati. Per sapere che fine faranno i contratti bisognerà attendere prima il Documento di economia e finanza (Def), che sarà presentato il primo ottobre e quindici giorni dopo la legge di Stabilità. Solo allora il governo scoprirà le carte e si saprà quanto durerà ancora lo stop, se solo per il 2015 o fino al 2017, se non al 2020, se riguarderà solo la contrattazione nazionale o anche quella individuale (scatti di anzianità e altro).

In definitiva, si naviga a vista e non da oggi. In aprile, quando si era cominciato a parlare di proroga del blocco dei contratti sia la ministra Madia che il ministro Padoan l’avevano smentito.

Quest’ultimo, in particolare, aveva fatto diffondere una nota con la quale precisava che «Nel Documento di economia e finanza 2014 non è contenuto alcun riferimento a ipotesi di blocco di contrattazione nel settore pubblico”. La medesima nota aggiungeva che il finanziamento delle risorse per i rinnovi contrattuali del pubblico impiego sarebbe stato effettuato con la legge di stabilità.

Ma nel Def, invece, è previsto il blocco totale fino al 2018, anno in cui si stanzieranno le risorse per la sola indennità di vacanza contrattuale fino al 2020. A pagina 31 del documento viene quantificato un risparmio di altri 21 miliardi nel quadriennio 2015-2018. Il governo, come si sa, s’è impegnato a tagliare 20 miliardi di spesa pubblica strutturale nel 2015 e 32 nel 2016. Che pagheranno i lavoratori con le loro buste paga mentre le spese inutili e faraoniche e i tanti sprechi continueranno.

D’altronde come ha detto il sottosegretario alla Pa, Angelo Rughetti, il vero ministro della Funzione pubblica,  «non si può dare tutto a tutti», dimenticando, però, di aggiungere che non si deve neppure  togliere sempre e solo ai dipendenti pubblici.

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