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No trivelle nel canale di Sicilia, ambientalisti ricorrono al Tar

ROMA – Greenpeace, WWF e Legambiente insieme a LIPU Birdlife Italia, Italia Nostra, Touring Club Italia, Legacoop Pesca Sicilia, ANCI Sicilia e i comuni di Licata, Ragusa, Scicli, Palma di Montechiaro e Santa Croce Camerina, hanno presentato ricorso al TAR del Lazio contro il decreto 149/14, emanato dal Ministro dell’Ambiente, che sancisce la compatibilità ambientale del progetto “Off-shore Ibleo” di ENI. Un progetto che prevede otto pozzi, una piattaforma e vari gasdotti al largo della costa tra Gela e Licata.

È la prima volta che un fronte così ampio si schiera compatto contro le trivellazioni off-shore, confermando che la tutela del mare – e la volontà di seguire una strada ben diversa da quella fossile intrapresa dal governo e confermata con le forzature normative contenute nel cosiddetto decreto legge “Sblocca Italia” che, anche contro il dettato costituzionale, emargina gli enti locali e inibisce la partecipazione dei cittadini – non sono solo una priorità per gli ambientalisti, ma una necessità anche per le amministrazioni locali e per chi rappresenta attività economiche fondamentali per il Paese come il turismo e la pesca.

«Siamo molto soddisfatti del fatto che i comuni siciliani interessati, insieme all’ANCI Sicilia, e le associazioni di categoria si siano unite a noi in questo ricorso», dichiarano le associazioni Greenpeace, Legambiente e WWF. «Dopo il vergognoso voltafaccia della Regione Sicilia e le manovre del governo per estromettere i territori da queste decisioni, è fondamentale che si crei un movimento sempre più ampio che blocchi il folle piano di Renzi di trivellare i nostri mari, per estrarre gas e petrolio che basterebbero all’Italia solo per pochi mesi».

L’aver presentato ricorso proprio ora è fondamentale. Prima di tutto perché il progetto off-shore Ibleo è il primo nel Canale di Sicilia ad aver ricevuto parere positivo dal Ministero, nonostante una valutazione davvero carente e inaccettabile, come denunciato da Greenpeace nei mesi scorsi[1]. Il timore è che – visti i numerosi procedimenti di Valutazione d’Impatto Ambientale (VIA) in corso – si proceda nello stesso modo per tutte le altre richieste avanzate dai petrolieri nel Canale, almeno 14 al momento, in linea con una decisione centrale di puntare tutto sulle energie fossili.

Nonostante il Ministro Galletti continui a dichiarare che la normativa italiana è la più rigorosa al mondo, questa VIA mostra con quanta superficialità si vuole procedere in una materia così delicata[2]. La valutazione dei rischi più seri è semplicemente rinviata, pur di dare il via libera ai petrolieri.

Ancora più importante è il fatto che questo ricorso venga promosso in un momento cosi delicato per le scelte energetiche del nostro paese. Il governo ha deciso con lo “Sblocca Italia” di eliminare il problema alla radice, cancellando l’obbligatorietà della VIA per quei progetti di estrazione off-shore posti “in prossimità di aree di altri Paesi rivieraschi”, presumibilmente anche il Canale di Sicilia, in spregio alle normative europee.

«Se Renzi con lo “Sblocca Italia” pensa di silenziare le proteste di “quattro comitatini” si sbaglia di grosso: il folto gruppo di ricorrenti a questo ricorso dimostra oggi che associazioni e amministrazioni locali sono pronti a tutelare le vere ricchezze del nostro Paese e a opporsi con forza a questa follia nera», concludono le associazioni Greenpeace, Legambiente e WWF.

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