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Marzabotto, 70 anni fa il drammatico eccidio

ROMA – In un’azione di rastrellamento contro formazioni partigiane, dopo che già a S. Anna di Stazzema, le SS del feldmaresciallo Albert Kesserling avevano compiuto un massacro efferato, uccidendo 560 civili, si dirigono verso i paesi aggrappati al monte Sole anche perché avevano appreso che nella zona combatteva con successo la formazione partigiana Stella Rossa a cui proprio Kesselring voleva dare un duro colpo  e anche ai civili che l’appoggiavano.

Né era la prima rappresaglia che Marzabotto aveva subito anche se mai così grave come quella dell’autunno 1944.  Capo dell’operazione fu nominato il maggiore Walter Reder, comandante del sedicesimo reparto corazzato ricognitori (Panzeraufklarunsabteilung) della sedicesima SS-Panzergrenadier-Division Reichsfurer SS, sospettato a suo tempo di essere uno tra gli assassini del cancelliere austriaco Hengelbert  Dollfuss. La mattina del 29 settembre, prima di volgersi all’attacco dei partigiani, quattro reparti di truppe naziste che comprendevano sia SS che soldati della Wehrmacht, accerchiarono prima e quindi rastrellarono un’ampia area di territorio tra le valli del fiume Setta e del fiume Reno, utilizzando nell’operazione anche armi pesanti.

Nel 2009 il regista italiano Giorgio Diritti dipingerà in un notevole film (intitolato L’uomo che verrà) ma, sull’eccidio, l’anno prima Germano Maccioni aveva realizzato un documentario intitolato Lo stato di eccezione proiettato al Festival del cinema di Venezia). I due film descrivono l’atmosfera terribile di quell’eccidio in cui perirono 770 donne e uomini, di cui cinquanta erano bambini di meno di dieci anni. “Dalle frazioni di Panico, di Vaglio, di Quercia, di Grizzana, di Pioppe di Salvaro e della periferia del capoluogo – ha scritto lo scrittore  bolognese Federico Zardi, le truppe, con i vessilli nazional-socialisti, si mossero all’assalto delle case, delle cascine, delle scuole e fecero terra bruciata di tutto e di tutti.  Fu quello l’inizio dello spaventoso eccidio. Durò sei giorni, dal 29 settembre al 5 ottobre, ma il quotidiano locale, soggetto al governo di Salò, Il Resto del Carlino, negò la strage e parlò, addirittura, di diffamazione. Dopo la seconda guerra mondiale, Walter Reder  fu processato e condannato nel 1951 all’ergastolo. Il 14 luglio del 1980 il tribunale militare di Bari decise di concedergli la libertà condizionale aggiungendo che doveva restare in carcere per altri quindici anni “salva la possibilità per il governo di adottare provvedimenti in favore del prigioniero. “.    
Il presidente del Consiglio di allora, Bettino Craxi decise (in forte polemica con i comunisti di Enrico Berlinguer)  di liberare in anticipo Reder dopo un forte intervento, per il prigioniero, dei governi austriaco e tedesco. L’ex maggiore sarebbe morto a Berlino nel 1991. Infine, nel 2006, ha avuto inizio un nuovo processo contro 17 imputati, tutti ufficiali e sottufficiali della sedicesima divisione di panzergranatieri che aveva partecipato al rastrellamento grazie alla scoperta in quello che sarebbe definito l’armadio della vergognadi fascicoli definiti provvisori con dati riferiti a numerosi ufficiali delle SS responsabili di crimini di guerra dall’8 settembre 1943 al 25 aprile 1945. Il 23 gennaio 2007, il Tribunale Militare della Spezia ha confermato la sentenza, condannando dieci imputati, ritenuti colpevoli  di violenza pluriaggravata e continuata con omicidio. Nell’anno successivo, la Corte Militare di Appello ha confermato gli ergastoli della sentenza di primo grado e ha condannato alla stessa pena Wilhem Kusterer, il quale era stato assolto in primo grado. Il processo si è concluso con la morte di Paul Alberts che era stato l’uni co ad aver presentato ricorso presso la  Corte Suprema  di Cassazione.
Così, a distanza di oltre settant’anni finalmente si concludeva la vicenda legata a quel terribile eccidio. Vengono in  mente, di fronte a quella barbarie e a quella violenza senza limite, le parole di due personalità molto diverse ma che hanno scritto, l’uno, il fiorentino Piero Calamandrei, l’epigrafe famosa a Kesserling che incomincia così:” Lo avrai, camerata Kesserling, il tuo monumento…. !” e il poeta Salvatore Quasimodo che, nell’epigrafe alla base del faro monumentale che sorge sulla collina di Miana, sovrastante Marzabotto” scrisse a ricordo delle vittime :” Questa è memoria di sangue, di fuoco, di martirio, del più vile martirio di popolo, voluto dai nazisti di  von Kesselring, e dai loro soldati di ventura, dell’ultima servitù di Salò, per ritorcere azioni di guerra partigiana”.  

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