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Arancia Meccanica nella periferia di Roma Nord. E la poesia?

 

ROMA – Non le vediamo, ma siamo chiusi in gabbie asfissianti, e come animali impazziti ci chiudiamo in noi stessi o ci rendiamo feroci, bestie feroci… Allora ovunque potrebbe capitare di assistere a scene simili a quelle andate in onda tra Primavalle e Balduina, nella periferia di Roma Nord.

Una banda di ventenni, alla Arancia Meccanica, incappucciati o col viso coperto, in poche ore ha malmenato, bastonato, un ragazzo che portava a spasso il proprio cane. Poi ha fatto la stessa cosa con una  coppia intenta a chiacchierare tranquillamente nella propria auto e gli ha sottratto un telefonino. Cose dell’altro mondo che però rappresentano bene questo di mondo. Un mondo fatto di non luoghi, dove  i politici di turno contano i voti, si rimpallano le questioni, e manovrati dai loro responsabili nazionali, sia di destra che di sinistra, cavalcano il populismo, l’unica strada secondo loro percorribile, e inconsapevolmente chiesta dalla folla, è quella del sorvegliare e del punire. E no, stavolta no. Non è più possibile rifugiarsi dietro alla storiella del poliziotto di quartiere, dei militari alle stazioni metro, e delle ronde quasi istituzionalizzate, perché in certi posti manca solo quello, il celerino o l’esaltato che passeggia tra l’asfalto, tra i palazzoni grigi, battendosi il manganello sulla coscia e guardandoti dall’alto in basso per dire: Stai attento tu. Per non parlare della deriva voyeuristica delle telecamere impazzite in ogni dove. Vogliono vedere cosa? 

Non gli basta aver creato tante baby squillo? Vogliono vedere la sofferenza per caso? E sì, perché oggi più che mai per strada c’è tanta sofferenza, forse meno riconoscibile – la giostra vuole che i barboni, i poveracci, li si nascondano, che non si vedano a occhio nudo – ma molto più diffusa e multiforme. Cosa è la periferia oggi? E’ quell’angolo di mondo dove non c’è speranza. E’ un angolo di mondo senza un’autenticità, senza un’originalità. Senza poesia! E la storia della gang coatta è ancora più esemplificativa, perché la periferia a Roma, ma non solo, inizia appena fuori dal Centro storico e se dipendesse dai romani e dai turisti si mangerebbe anche il Cupolone e il Colosseo. Non è dalla densità di popolazione e dalla distanza chilometrica dai punti di interesse che si misura l’essere periferia, ma dalla sua poesia e abitabilità (anch’essa non misurabile con dei metri quadrati, ma con la possibilità di essere vivi, creativi, innamorati, felici). In questo fatto di cronaca c’è tutto: ci sono i cellulari, probabilmente degli iphone, che per l’italiano medio valgono di più dei diritti sociali, dell’art. 18 e del pasto caldo e genuino per i propri figli; c’è la guerra tra poveri – non è un caso che la prima informazione cercata invano dai giornal(a)isti sia stata sapere se nel gruppo c’era almeno uno straniero, meglio ancora se rom -; c’è la soddisfazione a volto coperto, quindi vigliacca e nascosta (probabilmente anche vergognosa e schizofrenica) dello sfogo violento. Sfogo che si è manifestato in una lotta di un branco contro una o due persone, per essere sicuri di sovrastare la minoranza, il nemico. E infine c’è la vittima, che in questa storia è l’essere umano, quello che vive la sua vita, nemmeno più caratterizzato da una particolarità estetica, religiosa, o di genere, ma dal semplice fatto di resistere allo schifo che ha attorno compiendo gesti normali, come uscire di casa, incontrare un amico… 

Su questo giornale stiamo pubblicando un romanzo ambientato proprio a Primavalle (N.d.r.: di cui l’autore è lo scrivente), “Piccioni e farfalle fanno la rivoluzione”, questo progetto di letteratura sociale sta avendo successo perché va in senso opposto a tutto ciò – lo ribadiamo -. Tocca i luoghi più grigi della periferia e li porta dentro al libro, per trasformarli. Ha come protagonista la gente comune, gli occupanti delle case popolari, dei giovani disoccupati, dei migranti, e struttura attorno a quei momenti collettivi oramai persi o messi nello scrigno dei ricordi da non far vedere a nessuno, una favola moderna, dove quelle potenziali belve che sono nella gabbia, si armano e fanno una pacifica rivoluzione. Sono piccioni perché neri e sporchi, uccelli maledetti, brutti, ma capaci di di disegnare gesti poetici e leggeri come fanno le farfalle. Nel romanzo la rivoluzione è nell’uso della parola, nel riprendersi la città stando insieme e facendo cose belle. Nel riconoscersi comunità felice abbandonando metri di giudizio che mettono gli abitanti delle periferie in condizioni di inferiorità rispetto a chi la Mercedes e la cocaina se le possono permettere (possono permettersi anche di andare al diavolo) o che l’attico al centro ce l’hanno senza sapere chi glielo ha regalato. La poesia è nella periferia nonostante i palazzinari, nonostante i politici, anche quelli più piccoli, chiudano gli occhi davanti alle discariche abusive, a chi chiede il pizzo ai commercianti, nonostante l’eroina stia tornando, gli scippi riprendano il loro corso. Nonostante tutto ciò c’è speranza. Nella stessa Primavalle, ad esempio, anche grazie a Piccioni e farfalle si sono uniti degli artisti di zona e dei lettori che stanno organizzando delle mostre dedicate al romanzo, una colonna sonora, uno spettacolo teatrale, e un festival dove dei migranti realizzeranno dei laboratori sugli aquiloni per i bambini. C’è fermento, c’è vita. E si vede perché a queste persone fa male, fa ancora male vivere in un non luogo, impedire a un ragazzino di scendere a giocare a pallone. Gli fa rabbia, gli fa ancora rabbia (anche se in ritardo) accorgersi di aver venduto il proprio quartiere in cambio di un centro commerciale o di qualcos’altro. Ecco, sembrerà assurdo, ma è così, c’è speranza da queste parti, in tutte le periferie del mondo, se si soffre e ci si incazza ancora. Se non si è gettata la spugna o non si è ceduti alle anestesie. Certe cose non le cambiano questi partiti e non le cambia nemmeno il singolo, le cambia la comunità oppure la poesia e visto che oggi non è possibile esperienza artistica se non condivisa non abbiamo scelta. Il riscatto, il cambiamento, segue le orme della cultura (non a caso i fondi dall’alto li hanno tagliati tutti) e questa la fanno le persone vive. Progetti come il Maam, i murales dell Garbatella, i pittori del Quadraro, e nel nostro piccolo come Piccioni e Farfalle modificano l’immaginario di un posto, liberano degli spazi, mortificano quelle gang, le ripuliscono (sporcandole di colori) e abbracciano quei ragazzi, quello a spasso con il proprio cagnolino e quei due in macchina, li abbracciano forte con la speranza che si rimettano e vadano avanti, insieme a tante altre persone. 

 

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