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Jobs Act. Cuperlo: ‘Eccesso di delega. Non mi rassegno’

ROMA – «Non mi rassegno. Sento che dobbiamo batterci fuori e dentro il Parlamento per innovare il  mercato del lavoro su punti decisivi. La partita resta aperta. Non si fanno vere riforme puntando sulla divisione del Paese e ora la parola passa alla Camera che va messa nella condizione di discutere e migliorare il testo».

Lo dichiara Gianni Cuperlo, leader di Sinistra dem, commentando il voto di fiducia sul Jobs Act annunciato a Palazzo Madama. «Servono risorse certe- aggiunge- perchè l’impegno sacrosanto a estendere tutele e ammortizzatori abbia gambe per camminare.  Mettere al Senato la fiducia sul Jobs Act è stato un errore serio. Compito del Parlamento è confrontarsi per licenziare buone riforme. Nessuno pensa che il mercato del lavoro vada bene com’è. Ma spetta al Parlamento fissare i confini della delega. E sul punto sventolato come un simbolo, le norme sul licenziamento,

la delega non contiene una sola parola. Il che, sia chiaro, preclude l’intervento sulla materia attraverso i decreti attuativi. Se accadesse saremmo davanti a un evidente eccesso di delega. Tanto più che prevedere, al termine del triennio di prova, diritti differenti per lavoratori con lo stesso contratto potrebbe sollevare una questione di costituzionalità». 

«Riproporre alla Camera una blindatura della delega- dice ancora Cuperlo- sarebbe la conferma di una chiusura incomprensibile. Per altro, e non per caso, alcuni miglioramenti sono stati il frutto anche delle proposte avanzate in queste settimane da noi e altri. Il metodo che annulla la ricerca di buone soluzioni non fa il bene di nessuno. Guardo con rispetto alle scelte dei senatori del mio partito. Come molti di loro resto convinto che la dignità di chi lavora sia un principio da tutelare sempre. La logica del ‘prendere o lasciarè non fa parte del mio modo di concepire la politica e, per quanto mi riguarda, il giudizio di merito conta. Credo nella disciplina di partito. Nel senso che non c’è partito senza disciplina. Ma neppure può sopravvivere l’appello alla disciplina senza un partito. Con gruppi parlamentari posti dinanzi a diktat o a voti di fiducia». 

«Adesso è tempo di battersi per cambiare le cose che vanno cambiate. Scelga il governo di non erigere totem e si concentri sulle soluzioni, a cominciare dal reperire le risorse necessarie e che risultano ancora insufficienti. Unire il Paese si può. Però bisogna volerlo, mentre procedere a colpi di fiducia è come camminare sull’acqua pensando di non bagnarsi. Che si sappia è riuscito a uno soltanto, ma non era di questo mondo», conclude.  

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