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Jobs Act. Il governo soffoca la voce dell’opposizione. Chi fermerà il “nuovo” che avanza

ROMA – Lo spettacolo offerto agli italiani, ieri sera, è sconfortante: lanci di libri, urla, minacce di occupazione. Il caos si impadronisce di Palazzo Madama. Nell’occhio del ciclone, il Pd e il maxiemendamento al Jobs Act, presentato ieri al Senato dall’ esecutivo, frutto di animate contestazioni che hanno portato il Governo a chiedere la fiducia. Quella del Lavoro è una riforma che Renzi vuole portare all’approvazione a tutti i costi per potersi presentare al vertice Ue sul lavoro con le misure attese da Bruxelles.

Ma i costi sono elevati, lo dimostra la bagarre che in questi giorni si è protratta in Senato, ma sopratutto la divisione all’interno del partito stesso: 26 senatori e 9 deputati hanno , attraverso un documento, dimostrato la propria contrarietà alla deriva centrista del Governo su punti fondamentali come i diritti dei lavoratori. Ma la risposta di Renzi con la presentazione della questione di fiducia è stata asciutta. O con me o contro di me, ma allora si cade tutti.  Soffocando la voce dell’opposizione con questo diktat il premier dà prova del carattere personalista della sua figura, preoccupantemente  vicina allo stereotipo dei leader di destra.   Alla resa dei conti il Governo incassa la vittoria sul maxiemendamento. Una vittoria amara, però, perché il voto favorevole dei senatori non risolve la questione, la divisione all’interno del Pd resta: infatti l’esponente dem Walter Tocci, dopo il voto, presenta le dimissioni dalla carica di senatore esprimendo così tutto il suo dissenso alla linea politica di Renzi.

“Molti hanno votato la fiducia pur non essendo d’accordo e lo hanno fatto solo per disciplina di partito, rispetto però a un partito che non ha mantenuto fede al proprio programma elettorale.” Spiega Civati, che si dice pronto a non votare la fiducia a Renzi, qualora fosse posta anche alla Camera. La questione, quindi, è tutt’altro che chiusa. Fassina è chiaro ”Il documento presentato riapre la partita, in vista di quanto accadrà alla Camera.”

Di quest’atto di forza del Governo quel che preoccupa di più non è tanto la lacerazione del Pd quanto la semplicità con cui i diritti dei lavoratori vengono calpestati, in nome di un non ben chiaro sillogismo: via l’art 18 – e quindi maggiore facilità di licenziamento – maggiore possibilità di assunzioni. Se basta porre una questione di fiducia per zittire il dissenso, chi farà opposizione? Chi fermerà il “nuovo” (?) che avanza?

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