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Caso Cucchi. Una sentenza che scredita la giustizia

ROMA – Due sono gli elementi chiave della vicenda. Il primo: Stefano al momento dell’arresto era  gracile, ma sano, come dimostra il fatto che stesse tornando dalla palestra; il secondo: alcuni giorni dopo è deceduto in circostanze  sospette. Troppe incognite sono state lasciate irrisolte dalla sentenza sul caso Cucchi, emessa pochi giorni fa: c’è stato un pestaggio, o i lividi sul suo corpo erano frutto di una caduta dalle scale, come emerse dal rapporto medico? 

Il decesso è dovuto alla mancanza di cure mediche, che il ragazzo rifiutava?  Perché non gli fu permesso di parlare con il suo legale o con l’assistente del centro per tossicodipendenti che in passato aveva frequentato? Perché rifiutò il ricovero al Fatebenefratelli, che aveva constatato segni di percosse, non fu forse per evitare i piantonamenti?

Sono queste le domande cui da cinque anni i familiari di Stefano tentano di dar risposta, ma nemmeno il processo in Appello conclusosi pochi giorni fa  con l’assoluzione degli imputati è riuscito a fornirle.  “Tutti assolti? Allora Stefano è vivo!” è la mamma a parlare dopo aver appreso la notizia della sentenza che ha suscitato profonda indignazione in tutto il paese: striscioni di solidarietà alla famiglia sono apparsi negli stadi, sit in di protesta sono stati organizzati. Ed è proprio per questo che oggi i genitori di Cucchi si sono recati alla Procura di Roma per chiedere che il processo venga riaperto, perché le loro domande possano trovare risposta, perché possa esser fatta giustizia.

Si perché proprio ad un caso di denegata giustizia siamo difronte e non solo per l’esito del processo ma perché quello che emerge dalla vicenda sono palesi negazioni di diritti al giovane durante la detenzione. In primis, imponendo la custodia cautelare invece di disporre i domiciliari per un errore di verbalizzazione -Stefano risultava infatti nato in Albania e senza fissa dimora dagli atti della polizia-. In secondo luogo, negandogli la possibilità di parlare con il suo legale, motivo per cui Cucchi aveva iniziato uno sciopero della fame. Si può morire di mancata giustizia e questa vicenda lo dimostra. La sentenza della Corte d’Appello è solo uno degli anelli di questa lunga catena di fatti che hanno portato Stefano a morire non una ma già tre volte, la prima “in modo disumano e degradante” come scrisse il magistrato Sebastiano Ardita, all’epoca funzionario dell’amministrazione carceraria, nella sua relazione, le altre due per mancanza di prove che possano imputarsi ai presunti colpevoli: tre medici e tre poliziotti.  

Il fatto non sussiste: la morte di Stefano non è che un avvenimento sfortunato che ha creato un inghippo nella macchina della “giustizia”, una motivazione cui è difficile credere.

Anche perché quella di Cucchi è solo una delle morti sospette avvenute durante l’affidamento dei detenuti alle strutture dello Stato. Che talvolta la polizia abusi della propria autorità non è storia nuova: il caso Aldrovandi, quello Magherini, i fatti di Genova del G8, la carica della polizia sui manifestanti della Fiom a Roma pochi giorni fa, non fanno altro che accrescere l’antagonismo tra cittadini e forze dell’ordine e lo stesso concetto di ordine pubblico e rispetto delle norme viene sovvertito, se sono gli stessi garanti a non rispettarli. Non è sicuramente altrettanto corretto fare di tutta l’erba un fascio: i poliziotti non sono tutti “sbirri” ma si dovrebbe ricordare più spesso che, come nella Repubblica Platone scriveva ”ai più saggi tra noi le armi dei custodi”, chi detiene queste armi deve saper esercitare su di sè autocontrollo, perché dal proprio operato dipendono la vita e le sorti di altre persone.

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