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Alluvione a Carrara: l’ennesimo allarme annunciato

Legambiente: “Dal territorio arriva un messaggio chiaro per il lavoro dell’Unità di missione Italia sicura, mettere in campo interventi realmente utili ed efficaci per la mitigazione  del rischio”

ROMA – La ricostruzione dell’argine del fiume Carrione ad Avenza era prevista negli interventi post emergenza, in seguito all’alluvione del 2003. Legambiente era stata l’unica a denunciare l’inutilità di quell’opera, senza mettere in campo politiche che ridavano spazio al fiume attraverso delocalizzazioni o il ripristino delle aree di esondazione. Purtroppo, dispiace ammetterlo, avevamo ragione.

I lavori inoltre sono andati avanti e la costruzione dell’argine è diventata l’alibi per programmare nuove edificazioni nelle aree “messe in sicurezza”. Basti pensare che gran parte della piana di Marina è considerata ad elevato rischio idraulico e proprio qui il Comune prevede nuove costruzioni. Legambiente anche su questo chiede da tempo che l’area sia invece vincolata e lasciata libera come area di esondazione naturale. Speriamo che i drammatici eventi di questi giorni insegnino qualcosa.

A pochi chilometri di distanza, situazione analoga. Ad Aulla, dopo l’alluvione del 2011, sono arrivati gli interventi post emergenza, consistenti prevalentemente nella costruzione di un grosso argine in cemento armato, lungo alcuni km, alto cinque metri e profondo oltre dieci, per difendere quegli edifici che erano stati costruiti all’interno dell’area classificata alluvionabile. Anche in questo caso, a nulla sono servite le osservazioni critiche e contrarie di Legambiente ed altri soggetti, sull’utilità e l’efficacia di quell’intervento. Al contrario, sarebbe estremamente più efficace destinare i 10 milioni stanziati per la costruzione dell’argine, ad un piano  di mitigazione che punti sulle delocalizzazioni, le poche che sono state fatte non sono sufficienti, e che restituisca spazio al fiume.

“L’unità di missione del Governo contro il dissesto idrogeologico ha un compito importate e complicato – dichiara Giorgio Zampetti, responsabile scientifico di Legambiente -, quello di invertire la tendenza degli ultimi anni in cui si è speso circa 800 mila euro al giorno per riparare i danni e meno di un terzo di questa cifra per prevenirli. Per far questo, però, come ci dimostrano i drammatici eventi di questi giorni, non è sufficiente sbloccare le risorse e le opere, soprattutto quando rispondono a logiche vecchie ed inefficaci di difesa passiva. È necessario investire per la messa in sicurezza del territorio, attraverso la delocalizzazione delle strutture dalle aree esposte a maggiore pericolo, restituendo spazio ai corsi d’acqua, attuando una corretta gestione tanto delle aree montane e boschive che delle città,  realizzando la stombatura e la manutenzione dei fossi e dei canali, il ripristino delle aree di esondazione. E’ assolutamente necessario, inoltre, che gli interventi siano studiati e ragionati a scala di tutto il bacino e non su situazioni puntuali. Ma al tempo stesso – conclude Giorgio Zampetti, responsabile scientifico di Legambiente – occorre fermare il consumo di suolo che ancora oggi imperversa, e rendere inedificabili le aree a rischio anche dopo la loro messa in sicurezza.”

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