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Taranto pubblico e privato si sono invertiti. Vince la democrazia dal basso

TARANTO – Agli scempi ambientali, Taranto risponde con la democrazia.  Robert Owen e altri socialisti utopisti non avrebbero potuto chiedere di meglio, forse gli spartani avrebbero accusato i tarantini di essere filoateniesi, ma quelli erano altri tempi.
L’indifferenza della cittadinanza non è sicuramente un problema esclusivo del capoluogo jonico, eppure chi conosce Taranto conosce perfettamente l’indolenza che la città si portava dietro.

La conosce chi ha provato per anni a smuovere le coscienze senza risultato, la conosce chi ha tentato esperimenti di democrazia dal basso vedendosi sbattere la parte in faccia da una cittadinanza che i tarantini stessi non esitavano a definire, per usare un eufemismo, decisamente ignava.
Eppure anche la “molle Tarentum” prima o poi doveva svegliarsi e lo ha fatto nel modo migliore: con la democrazia. La città di Taranto non subisce solo il dramma dell’inquinamento, ma subisce anche gli effetti collaterali che esso produce, uno di questi è l’imbarbarimento sociale. Dai lirici antichi fino al Manzoni, la descrizione della guerra è sempre stata la stessa: una società che diventa una massa di individui nella quale ognuno pensa a salvare se stesso.
Taranto era una “città di guerra”, una città in cui gli interessi collettivi da decenni avevano ceduto il posto a quelli individuali, un paradigma simile a quello di molte realtà italiane che dagli esperimenti di democrazia del capoluogo jonico potrebbero, adesso, addirittura prendere esempio.
De Andrè diceva che è dal letame che nascono i fiori ed è proprio da una situazione non proprio celestiale che la città ha saputo emanciparsi come nessuno si sarebbe mai aspettato fino a poco tempo fa. Quando le istituzioni non funzionano come dovrebbero, i tarantini non si lamentano più in maniera sterile, ma agiscono. Ce ne si può accorgere quando la mattina, come quella del 10 novembre 2014, l’aria di Taranto è irrespirabile, il vento è assente e l’umidità è vicina al 90% e queste condizioni climatiche favoriscono il ristagnare nell’aria delle particelle inquinanti, come gli Ipa cancerogeni (idrocarburi policiclici aromatici), anziché disperderle e allontanarle dalla città.
A centinaia di chilometri, un tarantino può sapere che l’aria della sua città è irrespirabile e può avvisare i propri cari di non spalancare le finestre, di evitare di far uscire i bambini e di tutelarli il più possibile e può farlo perché c’è qualcuno che alle 8 del mattino ha già pubblicato sui social network, come ogni giorno, i dati dell’inquinamento dell’aria in tempo reale.
Dopo mezzora fioccano i commenti dei cittadini che chiedono spiegazioni, condividono la notizia, diffondono i dati non più cercando semplicemente di salvare se stessi, ma di salvarsi a vicenda. A Taranto pubblico e privato si sono invertiti. Il privato chiede pubblicamente spiegazioni all’ente pubblico su dati che l’ente pubblico non mette a disposizione (sul sito alla sezione IPA non ci sono dati), ma che invece erano stati ottenuti e diffusi in maniera autonoma dal privato stesso. La Taranto che lotta è una democrazia in piena regola: ha le sue fazioni, ha i suoi scontri, ha i suoi dibattiti, ma condivide tutto, tutto ciò che può essere vitale e solidale per la salvaguardia dei cittadini.
L’esperimento della democrazia dal basso in una città così difficile come Taranto è stato un successo i cui metodi pacifici, pacifisti ed espressi esclusivamente attraverso il ricorso alla legge e alle istituzioni nazionali e sovranazionali potrebbero essere un esempio di educazione civica, oltre che di dignità.
La molle Tarentum non è più solo la città dell’inquinamento, ma è anche la città che persegue il diritto, sancito dalla Costituzione, alla vita, alla salute e al lavoro e adesso anche alla partecipazione e all’autodeterminazione. 

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