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ROMA – E’ morto ieri notte a Roma, all’età di 78 anni, Renato Mambor, protagonista insieme a Pino Pascali, Mario Ceroli, Mario Schifano, Tano Festa, Jannis Kounellis, Cesare Tacchi di quella che storicamente è stata definita la Scuola di Piazza del Popolo.

“Eravamo agli inizi degli anni ’60: l’impersonalità era la nostra soluzione per superare linguisticamente l’Informale, il suo coinvolgimento emotivo, la sua visceralità. […] Quando nel ’65 ci si poneva il problema di rappresentare un’immagine – sia di un uomo che di un oggetto – in maniera non espressiva, ricorrevo al ricalcare, all’inespressività. Era un bisogno di astinenza espressiva. Dovevamo superare quella fase: il nostro era un lavoro sul linguaggio, per arrivare al senso profondo delle cose”.  Renato Mambor

Renato Mambor nacque a Roma nel 1936. Cominciò la sua attività artistica partecipando alla rivoluzione linguistica degli ’60 con l’invenzione di una immagine figurale fredda ed impersonale, attraverso l’uso di sagome statistiche, segnali stradali, ricalchi fotografici. L’immagine veniva prima dipinta, poi fotografata e proiettata, quindi ricalcata sulla tela.  

Proprio negli anni ’60 cominciò per Mambor quel legame allora indissolubile di amicizia e sodalizio con gli altri artisti del gruppo della Scuola di Piazza del Popolo. “Era essenziale ricevere e scambiarsi informazioni. Per noi il contatto era il modo naturale di vivere e, del resto, quando facevo un quadro, no era per vedere ai critici, ma ai miei amici Tano Festa, Cesare Tacchi, Sergio Lombardo … era a loro che li mostravo per primi perché i miei visitatori ed interlocutori erano loro”.

L’opera di Mambor consistette essenzialmente in una operazione di impoverimento dell’immagine. L’utilizzo del ricalco, divenne fondamentale poiché riusciva a garantire la massima oggettività, significava registrare gli eventi con uno sguardo neutro, permettendo la sospensione di ogni giudizio, mettendo da parte l’individuale per lasciare campo all’universale. Dapprima questo desiderio di oggettivazione si concentrò su segni astratti, geometrici, con funzioni puramente informative, successivamente invece anche la figura umana divenne un’ulteriore variante iconografica (I Timbri, gli Uomini statistici ne sono un esempio), trattata tuttavia con le stesse caratteristiche anemozionali e bidimensionali dei segnali geometrici. Omini stampigliati su una tela monocroma, opaca,stereotipi del tutto impersonali, creavano solo delle “allusioni prospettiche”, attraverso sagome di diverse altezze, in assenza di chiaro scuro e di sorgente luminosa. Figure umane senza volto, volutamente anonime ed inespressive, senza tormenti e senza racconto. Strutture elementari del proprio apparire, prive di peso e fuori da ogni legge gravitazionale, collocate in uno spazio più mentale che fisico. 

Mambor approdò a questo linguaggio semplificato, tutto teso alla riduzione e all’essenzialità negli anni ’60, ma divenne di fatto la cifra stilistica inconfondibile di tutta la sua arte fino alla fine. “… Tendevo ad una riqualificazione dell’uomo attraverso una dequalificazione dell’immagine dell’uomo”. 

L’ultimo saluto a Renato Mambor avrà luogo domani 8 dicembre in Campidoglio.                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                             

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