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ROMA – Liberate Greta e Vanessa, restano due gli ostaggi italiani nel mondo: il gesuita romano Paolo Dall’Oglio, rapito anche lui in Siria (un anno e mezzo fa), presumibilmente prigioniero dell’Is dalle parti di Raqqa, e Giovanni Lo Porto, quarantenne palermitano sequestrato al confine tra Pakistan e Afghanistan addirittura tre anni fa.

Nel terzo anniversario della scomparsa (19 gennaio 2012) si stanno intensificando gli appelli e su Change.org già ci sono cinquantamila firme. Ma ci si è dimenticati talmente di lui che le fonti di informazione più qualificate sbagliano addirittura i tempi, parlando di due anni invece di tre.

L’estrema riservatezza è stata chiesta a suo tempo dalla famiglia, ma a questo punto il silenzio assoluto sta diventando piuttosto una cappa di piombo. Lo Porto, esperto di territori difficili, stava lavorando per una ong tedesca (Welf Hunger Hilfe, aiuto alla fame nel mondo) insieme al collega Bernd Muehlenbec come capo progetto nella costruzione di alloggi d’emergenza dopo il terremoto e l’alluvione. Quattro uomini armati li hanno presi nel sud del Punjad, non lontano dalle montagne di Khost, territorio talebano. Da allora solo un breve video del tedesco che chiedeva aiuto fino alla liberazione dello stesso Muehlenbec alla periferia di Kabul, nell’ottobre scorso.

Il tedesco sì, l’italiano no: perché? Di sicuro, da quel poco che si sa, le richieste dei rapitori (sono stati venduti subito a un gruppo legato ad al Qaeda) non sarebbero solo economiche ma anche politiche. Ma cosa chiedono di preciso? E’ questa la grande ombra che aleggia sulla sorte di Giovanni e forse è legata alla presenza della forza multinazionale in terra afghana. Dopo tre anni sarebbe ora di vederci almeno chiaro.

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