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Miniserie Rai. “L’angelo di Serajevo”. Recensione

ROMA – È l’estate del 1992 quella raccontata dalla miniserie tv Rai L’angelo di Sarajevo per la regia di Enzo Monteleone, andata in onda su Rai 1 martedì 20 e mercoledì 21 gennaio.

Una Sarajevo sotto le bombe, quella di ventidue anni fa, tormentata dall’odio etnico e alimentata da nazionalismi frammentari e frammentati. Ma non è la guerra dei Balcani l’oggetto del racconto, semmai essa ne fa da sfondo, bensì l’amore di un uomo per una bambina che alla fine dei fatti sarà adottata e portata in Italia. Il protagonista è un giornalista italiano, Marco De Luca, interpretato da Giuseppe Fiorello (che ha collaborato anche alla sceneggiatura) , inviato a Sarajevo dalla Rai per seguire i fatti della guerra balcanica. Con lui, un simpatico operatore di macchina a cui dà volto Luca Angeletti e un autista di nome Kemal che si scopre essere il direttore del Teatro di Sarajevo in tempo di pace. Marco De Luca torna in Italia perché gli viene offerta la conduzione del telegiornale delle venti – un “treno che passa una volta sola” come gli dice il suo superiore –  ma vi rinuncia perché, con stupore di tutti, vuole tornare a Sarajevo. Non erano le bombe a mancargli, come scherza il collega cameraman, ma quella bambina che ha incontrato all’orfanotrofio della città: l’unica bambina bruna in mezzo a tanti bambini chiari, uno scricciolo di dieci mesi dei cui genitori nulla si sa. Il trasporto per Malina, questo il nome della bimba, è tale che Marco decide di adottarla, nonostante non abbia i requisiti. La determinazione è tanta che quando gli domandano:-“Ma sei sicuro di quello che fai?”- lui risponde:-“No, ma lo faccio lo stesso.”- Ecco, in quella risposta sta tutta la tensione amorosa di un personaggio che non si lascia scoraggiare dagli ostacoli e persegue nel suo obiettivo, che è quello – nobile – di dare l’opportunità di una vita migliore ad una bambina bosniaca a cui la guerra, come si sa soltanto verso la fine, ha tolto i genitori, musulmani e vittime della ferocia delle milizie serbo-bosniache. Tra orrori, cecchini spietati e pulizia etnica, Marco riesce a portare a Roma la bambina, grazie all’aiuto di alcuni personaggi determinanti, lasciando a Sarajevo non solo tutto il male ma anche un amore che non riesce a decollare.

La storia riesce ad emozionare, nonostante le brutture della guerra, perché trova nel gesto di Marco tutta l’umanità perduta nelle canne dei fucili dei miliziani. La storia, oltretutto, è vera ed è quella di un giornalista dal volto noto che è Franco Di Mare, conduttore attuale di Unomattina, che racconta la vicenda nel libro Non chiedetemi perché, edito da Rizzoli nel 2011. Un elemento che aggiunge maggiore bellezza al racconto e spinge chi guarda verso una commozione sentita per davvero. 

A voler essere matematici, i numeri parlano chiaro, al di là delle immagini e delle parole: L’angelo di Sarajevo ha conquistato uno share del 27% , quasi sei milioni di telespettatori, vincendo in assoluto sui programmi delle altre reti. Un risultato mica male, per una storia diversa da quelle che in genere si raccontano in tv. Insomma, i telespettatori non disdegnano i bei racconti e quando il servizio pubblico fa servizio pubblico i risultati si vedono eccome. E non scoraggiano di certo.

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