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Falcone. Quando muoiono i servitori di uno Stato che non li protegge

ROMA – L’Italia è il paese delle più vistose contraddizioni che si possano immaginare ma pochi sembrano accorgersene. Soltanto ieri l’Ora quotidiano e il Corriere della Seraon line  hanno pubblicato una lettera che il giudice Giovanni Falcone aveva scritto nel 1991, un anno prima della strage di Capaci che determinò la fine della sua vita, della moglie Francesca Morvillo e degli uomini della sua scorta mentre ritornava a Palermo.

 A un professore che lo aveva invitato a restare, il giudice risponde di essere “convinto che il suo posto sia a Palermo “ma spiega che il suo non è un abbandono” e che ha scelto Roma per potervi “impiegare tutte le energie possibili per la lotta alla mafia”. E vale la pena ricordare che quella scelta di Falcone era maturata dopo che era stato bocciato dal CSM come successore di Caponnetto a capo dell’ufficio e del Pool che, con le solide prove del “maxi processo”,  aveva portato a giudizio – per la prima volta nella storia italiana – decine di mafiosi per una grande quantità di delitti. Poi c’erano state le insinuazioni diffuse ad arte in Sicilia e in Italia secondo le quali l’attentato contro di lui all’Addaura lo aveva organizzato lui stesso per render più facile la sua nomina a procuratore aggiunto di Palermo. Qui Falcone-come qualcuno ricorda ancora-subì vere e proprie forme di mobbing che cercavano di emarginarlo. Finché Falcone aveva accettato di andare a Roma a dirigere la direzione degli Affari Penali al Ministero per costruire, come riuscì a fare sul piano organizzativo e giudiziario le condizioni per una lotta più moderna ed efficace contro la mafia, anche se – dobbiamo aggiungere – non abbastanza per  conseguire i suoi obbiettivi in assenza di una più generale mobilitazione politica e culturale contro le associazioni mafiose (come adesso dobbiamo purtroppo constatare).

L’aspetto qualificante del metodo di Falcone era stato quello di non combattere soltanto l’ala militare di Cosa Nostra ma anche la zona grigia, della politica e dei colletti bianchi che ne costituisce il cuore e così aveva pro mosso e fatto indagini sui cugini Salvo, sui cavalieri del lavoro di Catania e su Ciancimino padre  violando i santuari del rapporto sotterraneo tra mafia-politica-finanza  e affari e, nello stesso tempo, riuscì ad utilizzare in maniera  sempre più compiuta le confessioni dei pentiti che abbandonavano Cosa Nostra.  Fu proprio a partire da quel momento che la campagna dei mezzi di comunicazioni  contro di lui si intensificò e gli effetti furono per lui terribili.

E successe quello che lo stesso Falcone ha detto con grande chiarezza nel suo libro-intervista Cose di Cosa nostra  con Marcelle Padovani pubblicato da Rizzoli nel 1991 quando alla domanda su quando si muore nella lotta contro la mafia, il giudice siciliano rispose: “Al di là delle cause specifiche della loro eliminazione, credo che sia incontestabile che Mattarella, Reina, La  Torre erano rimasti isolati a causa delle battaglie politiche in cui erano impegnati. Il condizionamento  dell’ambiente siciliano, l’atmosfera globale hanno grande rilevanza nei delitti politici: certe dichiarazioni, certi comportamenti  valgono ad individuare la futura vittima senza che la stessa se ne renda conto. Si muore generalmente  perché si è soli  o perché si è entrati in un gioco troppo grande. Si muore spesso perché non si dispone delle necessarie alleanze, perché si è privi di sostegno.  In Sicilia la mafia colpisce i servitori dello Stato, che lo Stato non è riuscito a proteggere.” Non si poteva dire meglio e con un numero minore di parole. Ma anche in questo caso la storia non è riuscita a diventare maestra di vita rispetto ai grandi, successivi delitti di mafia.

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