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La famiglia Bélier. Eric Lartigau: “Quello che determina la diversità è lo sguardo degli altri”

ROMA – La famiglia Belier è la nuova commedia francese che dopo l’enorme successo in patria è arrivata in Italia suscitando grande interesse. Diretto da Eric Lartigau la commedia racconta la storia di una coppia di sordi con due figli di cui una,Paula, è udente.

Una famiglia che vive felicemente dedicandosi al lavoro nella loro  fattoria che produce formaggi. Paula è una ragazza felice, che vive tranquillamente l’handicap dei suoi genitori senza nessuna vergogna, fa loro da interprete, studia e si dedica insieme al fratello al lavoro in fattoria. Tutto va bene fino a quando il professore di canto di Paula, intravede in lei un dono canoro naturale  e la incoraggia a partecipare a un concorso a Radio France a Parigi, scatenando così una serie di conflitti, davvero molto divertenti, con la sua famiglia.

D. Com’ è arrivato all’idea di un film con la  Famiglia Belier? 

E. L. Da tempo volevo realizzare un progetto sulla famiglia, sulle dinamiche  complicate che legano i componenti e anche sull’abbandono  che si prova quando qualcuno della famiglia lascia il nucleo familiare. La famiglia è un soggetto universale che è stato trattato mille volte nel cinema, ma è un tema che m’interessa molto perché la famiglia è un luogo dove nascono tutte le emozioni primarie, gioia, dolore, traumi.. 

D. L’unico attore non udente è Luca Gelberg che interpreta la parte del fratello di Paula, come si è integrato all’interno di un cast cinematografico?

E. L. Benissimo. Tra l’altro Luca aveva un apparecchio con cui riusciva a sentire i suoni, ma ho preferito toglierglielo durante le riprese del film, perché lui doveva essere inserito nel suo mondo, e doveva trasmettere l’assoluto silenzio in cui vive. Ed è andata benissimo.  Era la prima esperienza di Luca come attore, che era molto sorpreso dalla quantità di gente che c’era sul set, ma poi in pochi giorni è diventato tutto assolutamente naturale, Luca era pieno di entusiasmo e non ha avuto nessun problema anche perché era l’unico del cast che non doveva studiare la lingua dei segni. Luca era felice di lavorare con attori così importanti, e poi ha dato consigli, aiuti. Fra noi si è instaurata una grande complicità, alcune volte gli parlavo senza usare la voce e l’unico a capire era lui, che riusciva a leggere le labbra.

D. Colpisce molto la bravura e la naturalità di tutti i protagonisti nell’usare la lingua dei segni, da Francois Damiens che è davvero strepitoso

E.L. Abbiamo tutti dovuto imparare la lingua dei segni che è estremamente complicata, è una lingua evolutiva ed ha bisogno di applicazione e di studio. Io me la sono cavata studiando soltanto i dialoghi del film invece Francois Damiens, Karin Viard e Louane Emera hanno dovuto studiare con un professore per sei mesi e per quattro ore al giorno, per apprendere al meglio la lingua ed essere il più naturale possibile, anche nelle espressioni, nei gesti. Alexei Coica, sordo e insegnante di LsF( lingua dei segni francesi, LIS in italiano) e Jennifer Tederri, interprete, che  hanno seguito tutta la lavorazione sul set perché gli attori spesso si lasciavano andare all’improvvisazione e lui doveva stare attento che avessero fatto i segni giusti, che non ci fosse il benché minimo errore. 

D. Come ha reagito la comunità dei non udenti vedendo il film?

E.L. Abbiamo fatto delle proiezioni test dedicate a loro per vedere che tipo di reazione ci sarebbe stata e il 98% del pubblico ha parlato bene, gli è piaciuto tanto, e lo ha trovato credibile, mentre il 2% ha criticato il fatto che abbiamo usato attori udenti, perché ci sono tanti attori in Francia anche bravi sordomuti, ma la mia risposta è stata che volevo quegli attori per quelle parti nessun altro, già mentre scrivevo le scene vedevo Francois Damiens e Karin Viard, poi non è che per far interpretare un assassino chiamo un criminale.  

D. Comunque il mondo dei non udenti è complicato e spesso non comunica minimamente con quello degli udenti .  Nel film c’è una reazione molto dura della madre verso la figlia Paula, come se non accetti che la figlia sia “normale”.

E.L.  I due mondi sono molto separati, malgrado la lingua dei segni, in fondo c’è un handicap completo che li isola, è difficile che abbiano rapporti con gli udenti  e c’è quasi un risentimento. Ma quello che spesso determina la diversità è lo sguardo degli altri, è per questo che mi sono divertito a spingere gli spettatori dove fosse la normalità. 

D. Ha diretto questo film in maniera diversa? In fondo gli attori non pronunciano una sola parola.

E.L. E qui sta la grandezza di Francois Damiens e Karin Viard, che tra l’altro sono molto esuberanti e chiacchieroni sul set. Per me non c’è stata nessuna differenza. L’espressione del viso e dei gesti è comunque un linguaggio. L’unica differenza stava nel fatto che ad ogni ciak dovevo avere l’avvallo di Alexei, per avere la sicurezza che i gesti fossero giusti, per il resto era solo un set più silenzioso.

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