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ROMA – Chi si recò per ragioni personali o politiche nella capitale degli Abruzzi qualche anno dopo il terribile terremoto del 6 aprile 2009 alle 3.32 di notte provocando la morte di 309 abitanti, 1500 feriti e danni per oltre 10 miliardi di euro e più di sessantamila sfollati – in piena era berlusconiana – se ha occasione di ritornare all’Aquila sei anni dopo, nell’anno 2015, si trova in una situazione che sarebbe eccessivo definire incoraggiante.

L’ex cavaliere, allora presidente del Consiglio, decise di fronte al terremoto non di impegnarsi subito per la ricostruzione del centro storico ma piuttosto di creare una città nuova all’esterno in modo da favorire le imprese e gli imprenditori interessati all’affare della ricostruzione.
Dopo più di sei anni, qualcosa finalmente si muove ma è ancora una goccia nel mare, una ricostruzione lenta e faticosa, a macchia di leopardo e a più velocità. Una ricostruzione che, nel centro storico, è cominciata da molto poco accumulando un ritardo di molti anni.
Se i quartieri nuovi sono stati ricostruiti per l’ottanta per cento dentro le mura “la ricostruzione è al dieci per cento, dichiara il sindaco Massimo Cialente, e nel cuore del centro è al 3 per cento, mentre nelle frazioni siamo a zero.”
Quanto ai fondi per il terremoto: per l’Aquila sono stati stanziati, e in parte spesi, 4 miliardi di euro ma tra la fase iniziale e le ultime tranche “servono altri tre miliardi e mezzo” secondo il sindaco Cialente. L’obiettivo finale per la ricostruzione della città è per lui il 2017: “Sarebbe anche a portata di mano, ora abbiamo le risorse economiche ma mancano geometri, architetti e il personale amministrativo”. “Al governo – dice il sindaco – non chiediamo nuove assunzioni ma di spostare gli impiegati da altri uffici.”

Nel centro storico il Comune ha scelto di cominciare con la ricostruzione dell’asse centrale del centro storico che è quello dove oggi si possono effettivamente vedere alcuni palazzi risanati. Ma una simile scelta ha creato non pochi contrasti tra cittadini che magari hanno una casa nuova da ricostruire a dieci metri dal confine di questa sezione e che ora devono aspettare tempi lunghissimi, di molti anni. Molto dipende dal caos creato dalla decisione iniziale del governo Berlusconi che scelse di non ricostruire il centro storico caro agli aquilani per creare una new town nei dintorni. Peraltro, come anche l’Ansa ha segnalato su attendibili prove di fatto, le infiltrazioni della criminalità mafiose sono penetrate nel cantiere aquilano in questi anni: “laddove si agisce in regime emergenziale e con leggi in deroga si favoriscono corruzione e malaffare – ha scritto ultimamente il giornalista Angelo Venti, responsabile dai giorni del terremoto del presidio di Libera all’Aquila – e le mafie sono ridotte quasi solo a braccio armato di un sistema che agisce a monte. Molte cose che in altre parti sono illegali, qui diventano legali in base alla normativa e per una serie di deroghe. Un settore dove le mafie hanno dimostrato di sapersi infiltrare facilmente è quello della ricostruzione privata. Qui il contributo dello Stato va al proprietario come indennizzo. Il proprietario li gestisce privatamente e non è soggetto alla normativa sugli appalti pubblici che invece qualche controllo pubblico ce lo ha.
A certificare il danno è il tecnico di fiducia ma, ed è assurdo, non c’è nessun organismo di controllo da parte dello Stato che però dà i fondi che vada a verificare quel danno. Ecco allora che capiamo quello che sta accadendo all’Aquila.”
Le associazioni mafiose sono da sempre brave a cogliere l’occasione che si presenta per inserirsi negli affari convenienti e quella del terremoto con la scelta di costruire fuori del centro storico era troppo ghiotta per lasciarsela sfuggire.

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