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ROMA – L’ultima strage riguarda la Libia. I corpi decapitati di sei giornalisti sono stati trovati nei pressi di Beyda, nell’est del Paese, dove ha sede il governo guidato da al Thani.

Le vittime sono tutti reporter della televisione «Barqa», non tutti libici ma anche egiziani e tunisini, cioè provenienti dalle regioni confinanti com’è prassi da quando è scoppiata la rivolta. Secondo gli inquirenti dietro l’orrore ci sarebbe lo Stato islamico, che la scorsa settimana ha diffuso un nuovo video-messaggio per comunicare l’arrivo nell’est della Libia di nuovi combattenti provenienti da Iraq e Siria. Qualche giorno prima era stato ucciso con un colpo alla testa nel suo ufficio di Bengasi un altro giornalista libico, Muftah al Qatrani. In tutto quest’anno sono stati assassinati nove reporter del Paese africano, ponendo il territorio post Gheddafi al primo posto nella dolorosa lista delle vittime dell’informazione, solo davanti alla Francia vittima nel 2015 di un’altra notissima e triste carneficina, nella redazione di Charlie Hebdo. Ma si continua a morire in tutto il mondo: in Sudan (5), Ucraina e Yemen (4) per non parlare dello spargimento di sangue in Sudamerica. Complessivamente 54 operatori dell’informazione sono morti fino a fine aprile, cioè nei primi quattro mesi dell’anno, una ventina soltanto nell’ultimo mese. Il dettaglio delle zone più pericolose nel rapporto

Con così tante guerre in corso, quest’anno rischia di aumentare anche la media dei sacrifici. Senza considerare il numero dei giornalisti attualmente in prigione (334) e, in Italia, dei cronisti minacciati (154) soltanto in questa prima parte del 2015.

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