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Metti una mattina d’estate sull’Aventino

Diceva il buon Venditti “quanto sei bella Roma quann’è sera”. E perché, quann’è mattina?

Non capita così spesso di alzarsi all’alba in un giorno qualunque di fine ferie e di fine estate, come è successo a me questo venti di agosto duemilaquindici. E così, considerata l’inusuale opportunità, ho pensato – giacché ormai ero sveglio – di andarla a svegliare io, di persona, Roma. Mezza intorpidita, sgualcita dalla notte appena passata l’ho trovata, insieme splendente e chiara.

Decido di parcheggiare ai piedi dell’Aventino, grato e stupefatto per un posto su strisce bianche trovato nell’arco di 4 secondi. Salgo il colle, con una certa solennità, proprio quello su cui alle origini Remo si recò per scrutare, dall’alto, il volo degli uccelli che gli avrebbero indicato dove fondarla, Roma.

Mi lascio alle spalle il rumore delle poche macchine che cominciano a fare, pigre, il giro del Circo Massimo e, dopo aver seguito il tracciato delle mura, mi avvicino all’ingresso del Giardino degli Aranci. Davanti a me due carabinieri, pigri anch’essi, stanno aprendo il cancello, insieme ad un ragazzo smilzo con un giubbotto di pelle nero, entro. Mentre alle mie spalle sento il tipo cominciare un monologo degno di Joyce percorro il viale e davanti a me, anche se già so quel che vedrò, si spalanca a braccia aperte Lei, bella come sempre. Mi avvicino sulla terrazza, comincio a contare le cupole, mi sporgo e vedo il lento Tevere, sulla strada un autobus lungo e rosso corre veloce. Non riesco a contenerla con lo sguardo Roma, è grande lei, non ha mezze misure. Mi allontano allora, ma perdo così i tetti delle case e degli attici, tutti rigorosamente con le imposte sbarrate a quest’ora. Nel frattempo è arrivato anche un clochard, va verso la fontanella al centro del giardino, quella con il rubinetto a forma di lupa, pronto per la sua toletta quotidiana. Il ragazzo dell’ingresso continua a camminare nervoso sul viale principale, mentre me ne vado mi chiede del fumo e, insoddisfatto per la risposta, riprende il suo monologo ancora più teso. 

All’uscita altri clochard cominciano ad affacciarsi sui viali del giardino, anche loro salutano, assonnati e sbilenchi, la Bella dal balcone.

Pochi passi e sono dentro la Chiesa di Santa Sabina, immerso nel silenzio e nelle preghiere di una quindicina di monache e di monaci raccolti all’interno del coro, tra fregi antichi chissà quanto. Mi sembrano come inseriti in una culla, fuori dal tempo, sospesi tra canti e orazioni sussurrate. Ne seguo i movimenti precisi, mirati e dopo un po’ esco. Ad attendermi ci sono ora 6-7 gatti, tutti neri, tutti al sole. A coppia, da soli, sdraiati, in piedi, accovacciati, tutti nell’attesa di qualcosa o di qualcuno, nello stesso angolo di marciapiede assolato. Mi fermo a guardarli e tento un maldestro tentativo di avvicinamento mentre intravedo, verso il fondo della via, qualche suora, nera anche lei, che si allontana. Poi, una dietro l’altra, vedo la Chiesa di Sant’Alessio e quella di Sant’Anselmo, insieme con il piazzale dei Cavalieri di Malta. Mi avvicino e guardo dentro la fessura del famoso portone dove è incorniciato il Cupolone, faccio lo stesso con la porta affianco, ma dentro c’è solo un banale garage da cui riesco a incorniciare la parte posteriore di una grande macchina.

Intanto cominciano ad uscire dalle vie dintorno uomini con camicia e pantalone elegante, con sacco dell’immondizia in una mano e chiavi della macchina nell’altra. Una signora inizia la sua corsa mattutina. Si mescolano con i clochard, come le suore con i gatti, nello stesso rione, miseria e nobiltà, infradito infangate e scarpe color mogano tirate a lucido, puzzo di pipì e chanel numero 5. Non è un caso, allora penso, che l’Aventino fosse in epoca repubblicana la sede dei plebei! Mentre girovago tra le vie mi soffermo a vedere le eleganti architetture della palazzine e i citofoni, la maggior parte dei quali porta le scritte: INTERNO 1, INTERNO 2, INTERNO 3. Fino a che su uno di questi leggo “Manfredi”. La palazzina è molto bella, particolare, bianca. Faccio una ricerca veloce sul cellulare, la via corrisponde: è la casa del grande Nino Manfredi! La osservo con più curiosità e assisto, poco dopo, all’ingresso delle signore di servizio nelle varie case, donne quasi tutte filippine ed africane. 

Sono le 8.30. Ritorno verso Piazza Cavalieri di Malta, tra marciapiedi disconnessi e piccoli parchi pieni di erba e di rifiuti. Il ragazzo con il giubbotto di pelle nera sta ora sdraiato sulla panchina. Incontro di nuovo la signora che corre. Un gatto, col campanellino al collo, lento, mi cammina a fianco. (continua)

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