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L’università non si governa a colpi di spot

Gli atenei italiani hanno perso oltre centomila immatricolati

ROMA – Terminata la fase di decostruzione della scuola, Renzi, la ministra Giannini e il governo si dedicano ora all’università, attraverso spot, slide e colpi da propaganda che ricordano il Minculpop. Salvare l’università italiana con l’annuncio del reclutamento di 500 docenti dall’estero con annesso “gruzzoletto” da spendere, stravolgendo ancora una volta le regole esistenti, per “l’alta velocità della conoscenza” è davvero troppo.

Purtroppo, dobbiamo ancora constatare che non vi è alcuna intenzione di governare i processi, le emergenze strutturali, i cambiamenti in atto nelle università, né attraverso il dialogo con coloro che negli atenei vivono, e con le forze sociali che li rappresentano, né usando l’arma della razionalità politica, della serietà, che tenga conto della importanza della posta in gioco. Invece assistiamo a spot, sempre e solo spot: l’università italiana merita molto di più.

Intanto, in dieci anni, l’università italiana ha perso oltre centomila immatricolati, raggiungendo la punta minima di soli 240mila nel 2014, meno della metà dei diplomati nello stesso anno. È un problema strutturale, di impoverimento per ogni ateneo, sia sul piano delle risorse umane, sia sul piano più generale e sociale dell’intera nazione. Vuol dire che sempre meno giovani hanno accesso alla conoscenza offerta dalla formazione universitaria. Questo dato preoccupa la ministra? Evidentemente no, dal momento che per il diritto allo studio non si prevede un solo euro nella legge di stabilità. Meno giovani immatricolati significano maggiori disuguaglianze, fine della speranza di migliaia di giovani, soprattutto del Sud, di fare meglio dei loro padri, riduzione dell’università alle famiglie delle èlite. Senza il diritto allo studio, l’università diventa un lusso, e genera nuovi privilegi.

Inoltre, come fa il governo, quando si dice che gli atenei italiani dovrebbero diventare come gli americani, davvero si supera la soglia dell’indecenza. Un piccolo esempio. L’università italiana considerata nel mondo di eccellenza, l’Alma Mater di Bologna, ha chiuso il proprio bilancio 2014 con entrate pari a circa 750 milioni di euro, e uscite pari a 736 milioni. La Harvard University chiude il bilancio 2014 con 36,4 miliardi di dollari, con una crescita lorda nell’anno pari a 4,6 miliardi di dollari. Ecco, di cosa parliamo quando parliamo di confronti con altri mondi? È come se la Giannini avesse scoperto oggi la bicicletta mentre gli altri viaggiano in aereo, a proposito di alta velocità della conoscenza.

L’uscita dalla pubblica amministrazione completa il quadro. Renzi non sa che il problema dell’università non è l’essere soggetto pubblico. Sono tutte le norme introdotte dal 2008 in poi e in particolare la riforma Gelmini ad aver ingessato gli atenei.

I 1.000 ricercatori previsti in tre anni, sono un gioco al ribasso, dal momento che rappresentano una parte minima rispetto ai bisogni e alle necessità già più volte denunciate dal sistema universitario. I posti verrebbero poi assegnati in base alle discutibilissime indicazioni della Vqr che contribuiscono ad amplificare squilibri territoriali sempre più evidenti.

Anche la migliore propaganda non può mascherare la realtà del nuovo, ulteriore, definanziamento degli enti di ricerca, ai quali nella Legge di stabilità non solo non viene assegnato un solo euro ma vengono sottoposti ad una nuova stretta.

La perla è poi rappresentata dalle briciole offerte per il rinnovo dei contratti pubblici. Un insulto alle lavoratrici e ai lavoratori dopo sei anni di blocco. Mentre si governa con annunci e spot una struttura delicata, importante, socialmente decisiva come l’università, accadono eventi che sollevano il nostro allarme. Invio la nostra solidarietà a quegli studenti dell’Università La Sapienza di Roma che, manifestando liberando e legittimamente contro l’organizzazione della Maker Faire, si sono visti accerchiare e isolare dalle forze di polizia. È l’ennesimo episodio che conferma come in Italia sia ormai impossibile dare voce alla critica sociale, ai fenomeni di dissenso libero e legittimo, a coloro che denunciano privilegi e ingiustizie.

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