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96 giornalisti denunciati per Mafia Capitale. Basta bavaglio

ROMA – Esiste il diritto di cronaco sugli argomenti importanti come mafia Capitlae e quindi di interesse pubblico?

Pare proprio di no. Il bavaglio all’informazione è dietro l’angolo e ogni volta che accadono fatti di gravità assoluta arriva come una spada di Damocle la querela. Anzi, le querele, che per la precisione sono arrivate a ben 96 giornalisti, tra 78 cronisti e 16 direttori, rei di aver riportato al pubblico notizie che hanno messo in luce una delle più tristi e vergonose realtà della capitale.

E guarda caso la pioggia di querele arriva a pochi giorni dall’inizio del maxi-processo. Ai giornalisti viene addebitata una “violazione di massa della deontologia giornalistica” attraverso gli articoli con cui i giornalisti, in due riprese, a dicembre 2014 e poi a giugno del 2015, hanno riferito ai lettori lo scandalo di “Mafia Capitale. Secondo l’associazione dei penalisti, i giornalisti avrebbero violato l’articolo 114 del codice di procedura penale pubblicando testualmente alcune parti degli atti del procedimento giudiziario ancora in fase di indagine. La pubblicazione arbitraria di atti di un procedimento penale è una contravvenzione punita dall’art. 684 del Codice Penale con l’arresto fino a 30 giorni o con un ammenda fra 51 e 258 euro. 

Nell’esposto-denuncia vengono segnalati 287 articoli firmati da 78 giornalisti e pubblicati su 14 giornali. In sostanza vengono denunciati i maggiori giornali italiani e alcuni fra i più noti cronisti giudiziari. I giornalisti coinvolti sono 92, queste le testate interessate: Il Tempo, Il Fatto Quotidiano, L’Espresso, Il Messaggero, Il Mattino, Libero Quotidiano, Il Corriere della Sera, La Repubblica, Il Giornale, Il Manifesto, La Nazione, La Stampa, Il Sole 24 Ore, Avvenire.

Tempestiva la reazione del segretario generale della Fnsi, Raffaele Lorusso: “In un Paese che si dice democratico è impensabile che si disponga una denuncia collettiva per 96 giornalisti, 78 cronisti e 16 direttori, ‘colpevoli’ di aver illuminato con il loro lavoro uno dei peggiori scandali della storia d’Italia e forse il più triste della storia della Capitale”.
“Torna in voga – osserva Lorusso – l’idea che si possa tentare di imbavagliare la stampa impedendo la pubblicazione di intercettazioni tra l’altro non più coperte da segreto istruttorio: è l’ennesimo esempio che deve far riflettere la politica sull’opportunità di una delega in bianco al governo su una materia così delicata. È anche a causa di episodi come questo che l’Italia occupa il 73esimo posto nella classifica sulla libertà di stampa. È preoccupante che si sferri un attacco così rozzo e plateale alla libertà dei cronisti di informare e al diritto dei cittadini ad essere informati: chi l’ha concepito farebbe bene a rileggere quanto stabilito in modo assolutamente inequivocabile dalla Corte europea dei diritti dell’uomo nelle numerose sentenze in materia di libertà di espressione e diritto di cronaca. Oltre che la totale solidarietà della Federazione nazionale della stampa italiana, ai colleghi finiti nel tritacarne giudiziario va rivolto l’invito a proseguire il loro lavoro nell’interesse esclusivo dell’opinione pubblica, senza lasciarsi condizionare da tentativi di intimidazione che qualificano chi li compie”.

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