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ROMA – Scorrendo le pagine dei giornali, osservando le immagini in televisione, ascoltando le storie monche perché mal interpretate di tanti giovani che rimangono al palo, alcuni  offesi, altri depredati della vita, traditi dall’alcol, dalla roba che leggera non è mai, dalla violenza elargita a piene mani,  ho come l’impressione che stiamo confrontandoci disarmati e spaventati con una microsocietà quale l’adolescenza oramai conclamata a bullistica.                                     

Uno spazio e un tempo miseramente a parte di una macrosocietà che non intende prendere posizione né mettersi a mezzo, di traverso, sul riconoscimento inalienabile dei diritti e dei doveri di ognuno, sul valore del rispetto delle regole che tutelano ciascuno, risultando vere e proprie salvavita dei più sfigati ma anche dei più gradassi e baldanzosi palestrati mentali.                                           

Eppure ogni qual volta si presenta il prevaricatore di turno ( che non è mai mio figlio ma il tuo), con i pugni, le offese, le umiliazioni in bella mostra, il montepremi del capro espiatorio che ingiustamente patisce le pene dell’inferno, calcio dopo calcio, silenzio dopo silenzio, alza irresponsabilmente la sua posta, come fa una stramaledetta slot machine, così facendo il gruppo si rafforza dentro quel territorio ben delimitato.                                                                            

Non è storia da videogames, dei violenti scambiati per eroi, bensì è immagine della vergogna. Bulli crescono intorno a una equipe senza tanto tempo a disposizione, attraverso un giudizio espresso senza titolo, con l’impossibilità a leggere più in là di un voto elargito a piene mani. Prepotenti e sprinter dell’immediato bruciano le tappe nell’indifferenza, di una collettività certamente non complice, ma corresponsabile, quindi colpevole.                          

Cosa ben grave, è assente il timore del dazio da pagare, perché nessuno parlerà, nella sfida scagliata senza troppi inciampi, tatuaggi invisibili di medaglie guadagnate sul campo, un potere riconosciuto, che assomiglia a una condanna senza appello. I bulli crescono e gli insegnanti sopravvivono, i genitori indisturbati sono in gara per poter vincere il traguardo del benessere, ognuno gioca la propria partita evitando la fatica di un confronto, un comportamento incomprensibile soprattutto da parte di chi è persona pratica della lettura, dell’osservare e ascoltare, di chi annota, verifica, elabora strategie per tentare di sfiorare quelle note nascoste, importanti al punto da rimanerne emozionati.                

Adolescenti contaminati travalicando il mito della trasgressione, impattano nella devianza, nel lancio senza paracadute, mentre la società si dibatte nelle norme poco condivise, nel rigore e nella severità da usare chiaramente per qualcun altro. Vittime e carnefici diventano carne da macello, c’è chi muore e c’è chi rimane oltraggiato per l’intera esistenza. Sono microcosmi di vita che dovrebbero fare preoccupare, perché con le malefatte perpetrate, prima o poi occorrerà farci i conti, nessuno è infallibile, e nessuno può pensare di continuare a fare il furbo impunito a spese del compagno più fragile. E’ davvero necessario che poli convergenti si incontrino e si confrontino: studenti, insegnanti, genitori, testimoni, esperti, per far nascere delle idee e aiutare a diventare adulti insieme, ben sapendo, che se uno solo di questi poli sarà messo in “fuorigioco”, l’intero progetto è destinato a fallire. 

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