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Banche, Leopolde, terrore e autoritarismo. E Roma? Brucia. E Benevento non sta molto bene

ROMA – Il conflitto di interessi è uno dei mali più diffusi di questo buffo Paese. Ognuno tiene famiglia e la famiglia è tutto. Era risaputo da più di un anno che ci fosse un evidente conflitto di interessi che coinvolge la ministra Boschi e anche il premier-segretario e show man Renzi.

La beffa – per chi una “famiglia” anche non necessariamente biologica non la ha – è che questo conflitto emerga solo oggi davanti alle migliaia di risparmiatori truffati (e derubati di tutti i loro risparmi) grazie al decreto “salva banche” e non dal verminaio di interessi politico-affaristici che erano il collante del patto del Nazzareno in salsa massonico toscana. E fa ben capire quale sia il vero “carattere” di questa Repubblica. E di dove si sia schiantata la cosiddetta sinistra riformista incantata dall’inarrestabile ascesa della generazione dei rampanti leader oggi al potere che si sono formati nel ventennio del berlusconismo studiando sui sacri testi dell’intrattenimento targato Mediaset. Fa bene Saviano a chiedere insistentemente le dimissioni della Boschi. E a definire il Pd di oggi – e certamente quello che si mostra oggi scamiciato alla Leopolda – uno spettacolo di “vecchi arnesi affamati”.

Questo nuovo gruppo dirigente nazionale e locale che mostra solo le sue antichissime debolezze è tutto meno che innovazione, trasparenza e cambiamento. Anzi, sembra la degenerazione della più vecchia politica clientelistica italiana. Non basta essere giovani, ben vestiti, palestrati (je piacerebbe) e arrembanti per cambiare il paese. Alla fine la “famiglia” diventa l’unica cosa che che conti davvero. E solo a quella si risponde. E chi fa emergere le contraddizioni e a pretendere il rispetto delle regole o almeno della decenza è vecchio, è un gufo, non ama il paese e va isolato, sputtanato, espulso.
Poi c’è la realtà. Il Paese reale. Ma non interessano queste pochezze ai giovani (e non giovani ma ringiovaniti d’incanto) all’assalto. Il paese è cosa loro, o meglio cosa delle loro famiglie (biologiche, affaristiche, politiche) tutto il resto non è marginale: è una gran rottura di palle.
E poi c’è Roma. Simbolo e metafora di questo Paese. La attraverso Roma, dopo averla raccontata per l’ennesima volta con il mio ultimo libro Roma Brucia. La attraverso incontrando i romani (e non solo) nel corso delle tante presentazioni che sto facendo da un mese e mezzo. Una città di persone sconcertate, arrabbiate, deluse, disorientate. Che non si riconoscono nella politica, non si riconoscono nell’informazione e neanche nelle istituzioni. Una città che si è scoperta corrotta e mafiosa, infiltrata dal potere criminale e governata dal malaffare. E ora ostaggio del comodo allarme terrorismo, del commissariamento, dell’autoritarismo più becero espresso dall’esercizio di governo del prefetto e del ministero dell’interno. Mentre lontano dagli occhi, e dagli obiettivi, va in scena il processo a Mafia Capitale e alla politica capitolina. Un processo che sarà lungo e dal risultato incerto, ma che è già stato archiviato dal sorriso violento (e vendicativo) dei presunti giovanotti al potere.
E il potere criminale, il mondo di sotto, uccide, minaccia, borseggia, sfrutta. Perché rimasto intoccato anche da questo processo che è si importante ma rappresenta solo un segmento del sistema politico-affaristico-mafioso che condiziona non solo Roma ma tutto il paese. Ma ci sono i giovanotti in mimetica e assetto di guerra a garantire l’apparente sicurezza alle fermate del Metrò. Che non ci si lamenti. Che volete che sia l’esercizio di governo dei “vecchi arnesi affamati” che si dimenano nella ricerca di un candidato sindaco che riesca a garantire tutti. E se non tutti almeno quelli che contano.

Ieri ho presentato il libro a Benevento. Abbiamo cercato – e trovato – punti di contatto fra l’emergenza romana e la realtà beneventana. C’è un’apparente piccola storia a Benevento che può diventare metafora concreta di dove ci siamo andati a cacciare noi italiani. Quella delle mense scolastiche. Una storia lurida -in ogni senso – dove le vittime principali sono i bambini che non possono avere un pasto degno di questo nome e se consumassero quello che gli viene propinato rischierebbero la propria salute. Qui potete avere tutte le informazioni sia sulla vicenda che sulle lotte del comitato che si sta battendo contro questa disgustosa storia. E sarebbe davvero facile risolvere, ma diventa impresa quasi impossibile in questo paese di allegri amministratori. Una cosa, quella della sospensione di quell’appalto evidentemente non rispettato (in ogni termine sia sulla qualità sia sulle regole igienico sanitarie) e di individuazione di un’alternativa quantomeno dignitosa. E ieri durante la presentazione di Roma Brucia organizzata dall’associazione AltraBenevento è stata pronunciata una frase che rappresenta la sintesi perfetta della realtà che sta attraversando questo nostra Italia: “la politica non può premettere che un comitato possa vincere”. Già, perché c’è il voto a primavera e il comitato non può ottenere un risultato (la salute dei bambini della città) ma l’unico “risultato” deve essere il regalo che la magnanima politica farà “poi” alla città. La salute come prezzo del voto. Il più osceno ricatto che si possa immaginare.

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