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ROMA – Combatteva l’Isis con il sorriso. L’arma più insidiosa che i terroristi temevano. Bella, viso pulito, occhi splendenti Ruqia Hassan, trent’anni, raccontava semplicemente la vita a Raqqa, roccaforte dei fondamentalisti in Siria, sempre con ironia.

Parlava dei problemi delle donne, delle bombe, della vita (difficile) di tutti i giorni. Come quando (e forse è l’ultimo tweet, del 21 luglio) sfotteva la guerra al wi-fi dichiarata dai jihadisti nella sua città. “Avanti – scriveva Ruqia – tagliateci internet, i nostri piccioni viaggiatori non se ne lamenteranno”. Era l’ultima voce libera, rappresentante di quel “citizen journalism” sempre più insanguinato.

Era stata rapita ad agosto e presumibilmente uccisa a settembre ma solo nei giorni scorsi sembra che l’Isis abbia comunicato ai genitori di averla “giustiziata” – dopo averlo negato per mesi – in quanto “spia” dei ribelli. Aveva previsto anche quello. Sotto lo pseudonimo di Nisan Ibrahim aveva scritto “sono a Raqqa e ho ricevuto minacce di morte ma quando l’Isis mi arresterà e mi ucciderà sarà tutto ok, perché loro mi taglieranno testa e a me resterà la dignità. Meglio che vivere nell’umiliazione sotto l’Isis”.
Ruqia Hassan aveva studiato filosofia ed era passata all’opposizione all’inizio della rivolta anti Assad e non aveva lasciato la città quando questa era stata occupata da Daesh. Postava messaggi su Facebook su come si sentiva e parlava della musica che ascoltava. Le sue ultime parole pubbliche, che facevano seguito alla minaccia di morte, sono state diffuse proprio dal gruppo di “Raqqa is Being Slaughtered Silently” (Raqqa è massacrata nel silenzio).
Il suo omicidio è stato annunciato dagli attivisti dell’associazione giornalistica Syria Direct e ripreso poi dai media britannici, stando ai quali da ottobre sale ad oggi sale ad almeno cinque il numero dei giornalisti controcorrente assassinati dai seguaci del Califfo (undici in totale durante il 2015, come in nessun’altra parte del mondo).

 

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