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Legambiente scrive al governo: “In materia di Via e di beni culturali le procedure introdotte rendono più difficile la tutela dell’ambiente e del paesaggio e falliscono l’obiettivo della semplificazione”

ROMA – Altro che semplificazione e certezze per le imprese. “Le procedure previste in materia di Via e di beni culturali non solo renderebbero più difficile la tutela dell’ambiente e del paesaggio ma, incredibilmente, renderebbero le procedure più complesse e inefficaci, invece che più semplici e veloci come era nell’intento del governo”. In una lettera indirizzata ai ministri Marianna Madia (ministro per la semplificazione e la pubblica amministrazione), Dario Franceschini (ministro per i beni e le attività culturali), Gianluca Galletti (ministro dell’Ambiente), Federica Guidi (ministro dello Sviluppo Economico) e Graziano Delrio (ministro delle Infrastrutture), Legambiente presenta al governo le sue osservazioni sulla riforma della conferenza dei servizi, apportata con  i decreti legislativi di attuazione della legge 7 agosto 2015 in materia di semplificazione approvati il 20 gennaio dal consiglio dei ministri.

Due le questioni sottoposte all’attenzione dei destinatari: la valutazione di impatto ambientale e la tutela dei beni culturali e paesaggistici. Secondo l’associazione, è condiviso da tutti “l’obiettivo di avere procedure trasparenti e efficaci per la tutela dell’ambiente e la realizzazione di opere utili e integrate nel paesaggio”, ma “la nostra preoccupazione – dice la lettera – è che il provvedimento porti il Paese in una direzione opposta”.

Nel caso della valutazione di impatto ambientale, sono due gli interventi previsti dalla proposta. In entrambi i casi, secondo Legambiente, si renderebbe più incerta e complicata la procedura di Via. La prima modifica trasforma la procedura di Via da un parere tecnico-scientifico espresso da una commissione terza e imparziale in una vera e propria conferenza dei servizi decisoria che acquisisce tutti le autorizzazioni, i pareri, le concessioni, le licenze, i concerti e i nulla osta, anche non ambientali, necessari per la realizzazione del progetto. Un meccanismo che crea incertezza e confusione – dato che alcuni enti dovrebbero dare il parere sul progetto preliminare e altri su quello esecutivo, quando la Via si fa sul definitivo – e che introduce il rischio di dover convocare una seconda conferenza di servizi per autorizzare definitivamente l’opera.

Il secondo intervento prevede di cancellare la Conferenza di Via istruttoria che oggi permette di semplificare il percorso di approvazione dei progetti, visto che in questo ambito l’Autorità competente (Ministero dell’ambiente unitamente al Ministero dei beni culturali) acquisisce tutte le determinazioni dei diversi Enti, prima di far formulare alla Commissione VIA il prescritto parere sul progetto definitivo. “Davvero non si comprende la ratio posta alla base di queste modifiche e l’utilità ai fini della semplificazione delle procedure” dichiara nella lettera l’associazione ambientalista.

Per quanto riguarda la tutela dei beni culturali e di quelli paesaggistici si prevede, al comma 2 dell’articolo 14 bis, che, nel caso di Conferenza di servizi decisoria, il termine per le determinazioni da parte delle amministrazioni preposte alla tutela ambientale, paesaggistica-territoriale, dei beni culturali sia di 90 giorni e la mancata comunicazione equivale ad assenso senza condizioni. Inoltre (articolo14 quater, comma 7) si specifica che si considera acquisito l’assenso senza condizioni delle amministrazioni il cui rappresentante non abbia partecipato alla riunione, ovvero pur partecipando alla riunione non abbia espresso la propria posizione, ovvero abbia espresso un dissenso non motivato.

“In questo caso – dice Legambiente –   l’obiettivo del legislatore è chiaro: con il silenzio assenso si stabiliscono tempi certi alle procedure e viene ribadita la responsabilità del funzionario rispetto alla decisione che ne scaturisce. Il problema è che in questo modo non si affronta il vero problema del nostro Paese, che è l’inefficacia delle procedure di tutela dei beni culturali e paesaggistici”.

Il problema della tutela dei beni vincolati riguarda, infatti, la discrezionalità con cui sono emessi i pareri, come ben dimostra il consumo di suolo che ha stravolto il Paese, le tante infrastrutture realizzate in aree vincolate. Ad esempio, dal 1985 ad oggi, lungo le coste italiane all’interno dei 300 metri dal mare sono stati trasformati 222 chilometri di litorale, al ritmo di quasi otto chilometri all’anno come evidenziato da uno studio di Legambiente pubblicato nel 2015. “I vincoli se sono da interpretare lasciano spazio a discrezionalità – sottolinea Legambiente nella sua lettera – Per cui possono essere interpretati in modo diverso da soprintendenti e funzionari regionali, con la conseguenza che possono essere bloccati progetti utili e invece avere il via libera veri e propri ecomostri. Il provvedimento non risolverebbe in alcun modo questa situazione, semplicemente interverrebbe sui tempi attraverso il meccanismo del silenzio assenso. In termini di tutela la situazione non potrebbe che peggiorare. Ma anche progetti sostenibili potrebbero essere fermati da pregiudizi dei soprintendenti, come avvenuto per l’eolico”. La proposta di Legambiente è di prevedere il silenzio assenso solo nelle Regioni (Toscana, Sardegna e Puglia) dove sono in vigore dei piani paesaggistici e non esiste quindi un problema di discrezionalità, in modo da spingere anche le altre Regioni a completare le regole di intervento nel territorio.

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