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ROMA – Se uno ricorda il breve capitolo conclusivo che a pagina 269 pone fine alla più recente e documentata storia della camorra campana, scritta da Francesco Barbagallo per l’editore Laterza, sei anni fa, non può dimenticare alcune frasi finali che lo studioso napoletano ha posto nelle ultime battute sperando che i suoi lettori le abbiano presenti: “Nel nuovo millennio – scrive l’autore –  la camorra è diventata famosa nel mondo. Ma soprattutto è forte sul piano organizzativo ed economico.

Da tempo si colloca sullo stesso piano di Cosa nostra e della ndrangheta. Il numero degli affiliati è più o meno lo stesso: circa seimila per ciascuna organizzazione.  Gli utili della camorra sono calcolati in maniera approssimativa -l’unica  possibile – sulla stessa linea di quelli percepiti da Cosa Nostra :quasi 13 miliardi di euro nel 2008 e altrettanti se non  di più negli anni successivi. Una conferma della ricchezza acquisita dalla camorra è confermata dalla quota elevata di beni sequestrati all’organizzazione mafiosa che sembra avere tra Napoli e Casal di Principe le sue capitali. Ora le cronache confermano alla lettera la diagnosi del questore dell’ex capitale Marino e quella del presidente dell’autorità nazionale contro la corruzione Cantone che notano l’età sempre più acerba dei capi che hanno si e no vent’anni ma sono altrettanto o più spietati dei capi storici detenuti e pentiti come Iovine e Zagaria e non si fermano di fronte ai continui arresti che operano ogni giorno le forze dell’ordine napoletane.

Tanto che il ministro degli Interni Alfano ha risfoderato la vecchia parola d’ordine di mandare l’esercito a Napoli, come se né lui né il governo nel suo insieme si rendessero conto che la repressione non può risolvere un problema  che un osservatore napoletano che conosce bene da sempre quella che è anche  la mia città ha ripetuto ancora una volta. La verità è che i capi delle cosche che si contendono il commercio degli stupefacenti, a cominciare dalla cocaina e a finire ad altri di uso comune,  vogliono terrorizzare i napoletani per svolgere in pace i propri affari e l’adozione, da parte delle autorità, della via repressiva seleziona i camorristi e sostituisce i capi ma non ferma in nessun modo il commercio. In un recente articolo, Saviano ha ricordato che ormai sulla stampa nazionale e sui canali televisivi si parla degli omicidi napoletani soltanto quando a morire sono minorenni o incensurati. Il capo della squadra mobile della polizia Lamparelli ha detto che si tratta di “ragazzi giovanissimi, disposti a tutto. Sanno di poter ottenere nel breve periodo potere e soldi pagati poi con la vita o con l’ergastolo. Qui non si può procedere solo con l’attività di polizia giudiziaria ma la camorra va combattuta con il lavoro, l’impegno e l’investimento economico contro la disoccupazione dei giovani.” Non si può che essere d’accordo con quel che scrive l’autore di Gomorra ma impressiona che tutti quelli che hanno letto il saggio-romanzo di Saviano abbiano dimenticato l’impressione di una città oppressa dalla mafia che quel libro comunicò senza equivoci ai suoi lettori. Sono passati pochi anni da allora ma tutto sembra svanito nel nulla. E sono i napoletani (ma più in generale tutti noi italiani) a subirne le drammatiche conseguenze.

 

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