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ROMA – E’ buona cosa ricordare le date storiche che hanno segnato il trionfo della giustizia e della legalità: una di queste è senza ombra di dubbio il 10 febbraio 1986 con l’inizio del dibattimento di un processo che avrebbe portato a condanne definitive per la cupola mafiosa dell’epoca.

Non avevo ancora compiuto il mio diciottesimo anno di età ma seguivo con grande apprensione la battaglia portata avanti da Giovanni Falcone e Paolo Borsellino. Gli attacchi e le critiche anche fuori dall’aula furono durissime. Ricordo il telegiornale di quel giorno e la notizia che rimbombava anche fuori dai confini nazionali: per la prima volta nella storia d’Italia un processo di mafia aveva assunto una eco dirompente. Falcone e Borsellino, per ragioni di sicurezza erano dovuti andare nell’isola dell’Asinara a scrivere l’ordinanza di rinvio a giudizio, costretti a vivere da detenuti mentre i mafiosi veri spadroneggiavano nel cuore di Palermo. La stessa domanda di giustizia e di legalità era vista quasi come un una anomalia genetica. Dentro di me pensai che forse per la prima volta la mafia sarebbe stata sconfitta. Quando vidi inquadrato il viso del presidente della Corte Alfonso Giordano, dal suo sguardo capii che questa volta la mafia avrebbe perso. Ad oggi quel maxiprocesso resta il più grande insegnamento di come se si vuole si può sconfiggere la mafia. Onore agli artefici della più bella opera d’arte nella lotta contro il crimine organizzato.

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