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ROMA – Gli archeologi italiani sono sul piede di guerra oramai da giorni. Il processo di riforma dei Beni Culturali si è arricchito di un nuovo tassello che coinvolge direttamente la loro categoria. Si tratta della riorganizzazione delle Soprintendenze. 

In un senso più ampio, va premesso, che un intervento riformatore dell’intero Ministero dei Beni culturali è stato ritenuto indispensabile ed invocato da molti esperti del settore. In primo luogo, per favorire l’ adeguamento delle forme di gestione e di tutela alla complessità organizzativa dei tempi attuali. E, contestualmente, per rilanciare e valorizzare l’immenso patrimonio di cui il nostro Paese dispone. Tuttavia, la riforma Franceschini non sembra aderire perfettamente a questi criteri ispiratori. Almeno, questa è la sensazione che si percepisce interpretando le reazioni di coloro che sono compresi negli effetti di questa revisione.

Il passaggio della riforma di cui si parla, da un punto di vista formale, prevede l’introduzione di una nuova entità giuridica posta al vertice e a tutela del nostro patrimonio artistico e culturale. Tale organismo si qualifica come “Sopraintendenza Archeologia, Belle Arti e Paesaggio”, le cui attività si articoleranno attraverso l’azione di 41 differenti centri, di cui due speciali (Colosseo e Pompei). Le 17 Sopraintendenze archeologiche che vi erano prima saranno accorpate. La nuova “Direzione generale Archeologia, Belle Arti e Paesaggio”, che avrà sede a Roma, coordinerà le attività delle singole Sopraintendenze su tutto il territorio nazionale.

La riorganizzazione coinvolgerà anche il patrimonio librario. Saranno infatti istituite delle “Sopraintendenze archivistiche e bibliografiche” le cui attività verranno gestite anche dalla “Direzione Generale Biblioteche”. In questo quadro verranno realizzati 10 istituti autonomi: Il Complesso monumentale della Pilotta di Parma; i Musei delle Civiltà all’Eur;  il Museo Nazionale Etrusco di Villa Giulia; il Museo Nazionale Romano; il Museo storico e il Castello di Miramare a Trieste; Il Parco archeologico dell’Appia Antica; il Parco archeologico dei Campi Flegrei; Il Parco archeologico di Ercolano; Il Parco archeologico di Ostia Antica; Villa Adriana e Villa d’Este.

Ciò che viene criticato dagli addetti ai lavori è prima di tutto la cosiddetta “dipendenza funzionale” delle Soprintendenze alle Prefetture. L’articolo 8 comma 1 lettera e della Legge Madia prevede infatti, “la confluenza nell’ufficio territoriale dello stato di tutti gli uffici periferici delle amministrazioni civili dello Stato”, tra cui s’intendono comprese anche le Soprintendenze. La stessa norma ha reintrodotto il principio del “silenzio assenso”, il quale, per essere pienamente attuato, comprime l’autonomia funzionale degli enti posti a tutela del patrimonio. Nel senso che la mancata risposta della Soprintendenza entro 90 giorni diventa un’ autorizzazione. Con una serie di conseguenze imprevedibili a causa del ridimensionamento dei vincoli paesaggistici e di tutela del patrimonio.

Inoltre, è stata ritenuta una manovra azzardata quella di fondere Archeologia e Belle Arti. Poiché si andrebbero a compromettere competenze e specificità proprie di un settore della tutela (a meno che non si bilanci questa frammentazione con un aumento del personale). Un’altra critica è stata sollevata a proposito della perdita di autonomia delle nuove Sopraintendenze rispetto al territorio di competenza su cui operavano precedentemente. Con l’istituzione di una Direzione centrale, infatti, vi sarà un deciso accentramento riguardo le dinamiche d’intervento nella tutela del patrimonio.

Secondo il parere autorevole di Salvatore Settis, “ la neo – tutela “modello Franceschini” ha una strategia, la valorizzazione, e una tattica, la tripartizione delle strutture. Al vertice, i venti “super musei” con nuova filosofia di gestione; un gradino più sotto, gli assai disomogenei “poli museali”; infine, le Soprintendenze territoriali. Ci sono, è vero, buone pratiche globali con cui devono misurarsi i musei italiani. Ma essi sono direttamente espressione dei territori e perciò il loro divorzio dal terreno che li alimenta non è una buona idea. Immaginata da menti a digiuno di ogni esperienza sul campo, questa riforma si presta all’effetto annuncio, ma inciampa alla prova dei fatti”. 

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