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ROMA – 

Abdul aveva gli stessi anni di Anabel, trentadue. Nello stesso giorno, martedì, è stato ucciso dall’altra parte del mondo attraverso il filo dell’odio che attraversa tutte le periferie dimenticate. Anabel, madre di due figli, cronista locale, è morta per mano dei narcos che vogliono imporre con il sangue il loro scellerato strapotere. 

 

Anche Abdul Wahab Wathiq era un cronista locale, scriveva per il giornale Hadban, ed è stato fucilato in pubblico a Mosul, in Iraq, dai boia dell’Isis. La Corte della Sharia lo ha condannato “per aver violato le misure di sicurezza rigorose imposte dai terroristi”. Era stato arrestato il giorno prima insieme ad altri trentacinque abitanti di Mosul, presi a caso in un mercato, “processato” senza contraddittorio, e poi giustiziato in piazza Zuhut davanti a decine di persone. Così come decine di attivisti e giornalisti negli ultimi due anni.  Proprio a Mosul dove dovrebbero andare ben presto le truppe italiane. Abdul è il 310esimo reporter ucciso in Iraq dall’inizio della guerra, nel 2003, addirittura il 438esimo secondo il sindacato dei giornalisti iracheni.

E’ inquietante soprattutto questa “similitudine” con gli orrori messicani. L’anno scorso erano già Iraq e Messico in testa alla sciagurata graduatoria delle morti fra i media, undici ciascuno, e già quest’anno piangono due vittime per parte. L’altro aspetto angosciante è la frequenza della strage. Pensate che nel 2016 sono già stati uccisi 22 giornalisti. E siamo appena alla prima metà del secondo mese dell’anno. Una vittima ogni due giorni: allucinante.

 

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