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ROMA – Come era prevedibile, emerge in questi giorni la situazione di profondo disorientamento e di rabbia che stanno vivendo studenti e docenti delle scuole secondarie di II grado, alle prese con l’alternanza obbligatoria, introdotta da quest’anno a partire dalle classi terze, dalla legge 107/15.

Il caos regna sovrano tra progetti e percorsi, attività in orario curricolare ed extra curricolare, dubbi sulle risorse e sulla retribuzione del personale impegnato nelle attività o nella progettazione o nelle flessibilità o nelle attività di supporto. Spesso, gli studenti vengono sbattuti a decine di chilometri di distanza dalle scuole di provenienza e la scelta delle strutture ospitanti avviene nell’anarchia più totale. Emergono forti dubbi interpretativi sugli obblighi assicurativi per gli studenti coinvolti, mentre le scuole sono inondate da proposte di corsi di formazione sulla sicurezza o di progetti chiavi in mano.

A fronte di una situazione che definire allarmante è troppo poco, qual è la risposta del MIUR? Dopo aver pubblicato una Guida operativa, documento privo di indicazioni concrete per le scuole, ecco un profluvio di protocolli di intesa fotocopia con associazioni datoriali o singole imprese, e con iniziative di comunicazione propagandistiche. Di conseguenza, a nessuno è data la possibilità di verificare la situazione reale e la qualità progettuale a partire dal sud.

In questo contesto, esemplari per l’individuazione dell’orizzonte culturale e valoriale in cui si muove la Legge 107/15 sul tema del rapporto tra istruzione e lavoro, sono il protocollo di Intesa firmato lo scorso 27 novembre a Verona tra MIUR e Confindustria, dal titolo “Rafforzare il rapporto tra scuola e mondo del lavoro”, e l’”Accordo quadro per la diffusione e l’implementazione di buone pratiche di alternanza scuola lavoro” sottoscritto il 22 febbraio 2016 dall’USR Piemonte e l’Unione industriali di Torino. Per MIUR e Confindustria la centralità non è del ragazzo in formazione, ma dell’impresa. In questo senso il compito primario della scuola è chiaro e semplice: soddisfare esclusivamente il fabbisogno di competenze del sistema economico. La lettura della realtà da parte della scuola deve essere a una dimensione e tutta orientata a costruire i percorsi formativi in correlazione con le filiere produttive rinunciando alla funzione dell’apprendimento, della conoscenza culturale e democratica. Il tutto è poi condito con il consueto richiamo alla co-progettazione dei percorsi tra scuola e impresa e sulla modellizzazione e replicabilità delle “buone pratiche”. Viene del tutto ignorato il rischio concreto di trasformare l’alternanza in un gigantesco serbatoio di lavoro gratuito e in futuro precario.

I contenuti di questi documenti sono obsoleti nel merito e gravi nel metodo. Continuare a considerare l’alternanza scuola-lavoro come uno strumento del “mercato del lavoro”, ricorda paradigmi vecchi di decenni che pensavamo superati. Noi crediamo ad un modello alternativo nel quale la centralità sia data ai ragazzi in formazione, con i loro bisogni, i loro diritti, le loro ansie e aspirazioni. L’alternanza in questo contesto, può essere uno strumento straordinario per sviluppare nei ragazzi le capacità critiche, di comprensione, di interpretazione e di cambiamento della realtà, a partire anche dai contesti lavorativi. Tutto ciò potrebbe contribuire a migliorare la qualità del lavoro, le modalità organizzative e i modelli didattici delle scuole secondarie di secondo grado.

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