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ROMA – E mò so’ cazzi. A dirlo non è la contessa, ma l’establishment del Gop – il Grand old party – come i galantuomini repubblicani chiamano sé stessi dal finire dell’‘800. 

So’ augelli amari perché dopo la vittoria – schiacciante, l’ha titolata il New York Times – di Donald Trump sui rivali, ai piani alti del partito dell’Elefante non sanno più come fermare quel fuori di testa più pernicioso e malvisto persino del negretto Obama. Trump stravince il supermartedì elettorale in sette stati, manca il boccone grosso in Texas ma incassa 285 delegati e aspetta che il migliaio scarso ancora mancante entri nel carniere, per mettere le mani sulla nomination che lo porterebbe a correre per la Casa Bianca contro Hillary Clinton. Sotto di lui, fuori da subito Jeb Bush, il figlio della dinastia Rep rimasto al palo, l’algida coppia di candidati cubani Marco Rubio & Ted Cruz non appare buona manco a tutelare gli interessi della mafia di Miami. Col primo di fatto fuori dai giochi e l’altro forte di 161 delegati, quindi sulla carta ancora capace di dare dispiaceri a Trump, ma persino più estremista di lui e inviso a tutti i suoi colleghi senatori. E qualcosa vorrà dire nella complessa macchina elettorale delle primarie Usa.

Da parte sua, l’ex first lady fa anch’essa bottino pieno in sette degli stati in palio nel supermartedì, sforando quota mille delegati – a lei ne mancano quasi 1.380 per la nomination – con Bernie Sanders teoricamente in corsa, ma di fatto relegato a spalla di una pièce già scritta, col suo socialismo da operetta buono a spaventare i bambini wasp davanti al tacchino del thanksgiving day. Così, la dama bianca che ha ereditato, col placet presidenziale, i destini della dinastia del partito dell’Asinello, si conferma l’unica papabile papessa alla casa Bianca, e può persino gridare: Basta muri, serve amore! All’indirizzo del ruvido Trump. Che, da par suo, promette di concentrarsi su di lei, il vero nemico da battere una volta fatta tabula rasa in casa.

È che la vittoria del miliardario outsider newyorchese per i suoi è più esiziale dell’azzimata miss old America. Al punto che non più tardi di una decina di giorni fa lo stato maggiore del partito repubblicano s’è chiuso in una stanza dell’hotel Willard, a Washington, per cercare una via di scampo. «Se Trump vince, è la catastrofe», avrebbe detto perdendo le staffe e sbattendo i pugni sul tavolo persino il rubicondo Karl Rove, già testa d’uovo delle strategie elettorali di George Bush (senior). Ma la riunione dei congiurati s’è chiusa con un niente di fatto e Trump ha vinto il super tuesday. Adesso per fermarlo possono solo ricorrere a un cecchino, uno dei tanti nella storia presidenziale Usa, visto che è un po’ tardi per mettergli di traverso chicchessia, Bloomberg compreso, o sfiduciarlo se dovesse giungere invitto alle primarie. Intanto è partito da tempo il fuoco di sbarramento sui media amici e internazionali, volto a metterlo in ridicolo mostrandone l’inadeguatezza e la pericolosità sociale. Ma lui se ne sbatte e, finché vince, coi suoi miliardi può fare a meno di tutti. Tranne di Chris Christie, il corpulento governatore del New Jersey suo vice, tra i primi grandi elettori repubblicani a passare dalla sua parte.

Imprevedibile quanto impresentabile, Don Trump incarna i malpancisti dell’America profonda che affonda come il resto d’Occidente. Se ne frega del politicamente corretto, vuole un popolo in armi e muraglie a proteggerlo, nel paese dove tutti hanno licenza di uccidere e i muri sono in piedi da un pezzo. Twitta frasi attribuite a Mussolini e vuol rimettere i dazi alle frontiere per frenare l’espansionismo della Cina comunista, che considera un paese nemico, in riga gli islamici e altre cosette assai più terribili per il think thank liberal. Che una volta alla Casa Bianca dirà finalmente la verità sull’11 settembre agli americani, per esempio. E, soprattutto, che vuol farla finita con le guerre infinite con cui i demorepubblicani hanno infognato gli Usa e il mondo e con chi finora le ha decise dominando il Gop e i Dem, ricchi petrolieri e finanzieri ebrei. Ecco, uno così atterrisce davvero i neocon alla guida della potenza Usa e può far implodere il partito per cui corre assai più della probabile vittoria finale di Hillary. Che lei e loro della stessa pasta sono, e l’imperialismo è nelle comuni corde, ma il tycoon di New York è anche altro, e incontrollabile grazie ai suoi miliardi. Un emulo di Berlusconi antisistema capace di parlare alla pancia della gente che ama sentirsi dire che l’America deve tornare grande e il sistema che l’ha resa un gigante fragile deve fermare con ogni mezzo, finché è in tempo.

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